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Mattia Signorini, nella scrittura cerco e creo nuovi mondi Stampa E-mail
 

Scritto da Redazione, 13-05-2008 18:47

Pagina vista : 2710    

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di Anna Maria Verde

Mattia Signorini è nato nel 1980 e vive in Veneto. Il suo romanzo d’esordio, Severo American Bar (peQuod, 2004), finalista al premio Kihlgren e al premio Tondelli, è stato un piccolo caso nell’editoria indipendente. Ristampato più volte, ha raggiunto grazie al passaparola un numero sempre maggiore di lettori. Di se dice "dopo 5 anni passati alla facoltà di Scienze della Comunicazione, una tesi di laurea in Sociologia dell’Ascolto, e un po’ di viaggi qua e là con uno zaino in spalla e pochi e validi amici, ho lavorato in uno studio di comunicazione e nel marketing di una grossa azienda, ma avevo continuamente addosso questi sensi fastidiosi di gente che vuole fregare gente, di arrivismi, di rabbie che allontanano le persone". E' da poco tornato in libreria con "Lontano da ogni cosa" , un romanzo che parla di gioventù e di rabbia, di tenerezza e di indifferenza; della ricerca di un’identità e della scoperta, alla fine, di essere sempre lontano da ogni cosa.
 
Nell'intervista a seguire gli abbiamo chiesto di se, della scrittura, dell'umano e dei robot che stanno dentro il mondo editoriale

 

Lontano da ogni cosa è il tuo secondo romanzo. Arriva dopo il successo "a sorpresa" del tuo romanzo d'esordio. Quanto hai caricato di aspettative questa seconda pubblicazione e quanto hai sentito la pressione degli addetti ai lavori...Sul tuo sito leggo "a testa bassa lo scrivevo per me". E' davvero possibile "ignorare" il resto quando è il resto che si aspetta qualcosa?

 

Il primo romanzo è andato bene per i numeri della piccola editoria, ma all'epoca (era il 2004) non avevo nessuna storia nuova da raccontare, e così me ne sono stato fuori dal mondo dei libri per un po'. Quando ho scritto Lontano da ogni cosa non avevo editori a cui mandarlo, avevo lasciato passare forse troppo tempo. Per questo l'unica cosa da fare era di scrivere qualcosa che sentivo fortemente, senza pensare a un pubblico di riferimento. Ma anche adesso, che sto lavorando al nuovo romanzo, cerco di eliminare l'idea del mondo di fuori, sia che si tratti dei lettori che delle persone che mi sono vicine nell'ambiente editorale. E' l'unico modo per creare qualcosa di pulito, in cui credo fortemente in prima persona. Diverse persone mi hanno scritto che vorrebbero un seguito da Lontano da ogni cosa, ma credo che quel mondo debba restare lì, tra quelle pagine. Ora è il momento di andare avanti, proporre altri mondi, altre visioni. E' una specie di patto implicito con i lettori che decideranno di seguirmi, e con quelli che verranno, una firma sul contratto di onestà a cui non voglio rinunciare.

 

 Il libro è ambientato a Padova, Milano, Roma: tre archetipi? La provincia, l'estetica e la cultura?

 

Mi piaceva che l'idea di triade si esplicitasse non solo nei protagonisti, nella parte visibile della storia, ma anche nel sottotesto o nei riferimenti geografici. La provincia è un incubatoio necessario, per generare esplosione d'idee, la grande città è il luogo dove prendono forma. Anche se spesso in maniera molto diversa e meno magica dalle aspettative iniziali.

 

Dovendo definire il concetto di "romanzo", quale parole useresti?

 

Associo l'idea di romanzo a quella di "storia". Quando leggo un libro voglio trovarci, prima di tutto, una storia, e dietro quella storia lo specchio di un mondo, che sia reale o immaginato non importa. Ed è quello che cerco in qualche modo di fare quando scrivo. Mi piace provare a essere, prima che uno scrittore, un narratore di storie.

 

"Lontano da ogni cosa" diventerà un film, quali aspetti e emozioni del libro non dovranno mancare sul grande schermo?

 

Prima di iniziare a lavorare al film, io e il regista Tonino Zangardi abbiamo discusso tantissimo. L'idea che abbiamo in comune è che il film non deve diventare la fotocopia del libro, ma in ogni caso deve rispettarne lo spirito. Ho avuto l'opportunità di collaborare ai dialoghi. Volevo che le stesse parole del libro trovassero una nuova forma nel linguaggio del cinema, ma non venissero snaturate. Ho ripensato molti dialoghi, altri li ho riscritti da capo. Abbiamo tolto tutto quello che sullo schermo finirebbe per diventare superfluo. Il film racconterà la rincorsa dei sogni, la necessità di perdere molte cose per inseguirli, e la forza del sentimento di amicizia che lega i tre protagonisti.

 

Di Salani hai detto "...La ci sono persone non robot, che credono in te come autore e non come produttore meccanico di libri". Cosa fa di un editore "una persona, non un robot"?

 

C'è un dialogo, uno scambio d'idee, che non sempre si trova da tutti gli editori. Mi permettono di sperimentare senza obbligarmi a seguire binari predefiniti. Per Lontano da ogni cosa mi hanno fatto decidere l'immagine di copertina e l'impostazione grafica, visto che quelle proposte non mi convincevano. E hanno migliorato le mie idee con consigli, prove, altre idee. Ho lavorato molto con la redazione perché venisse impaginato come lo volevo, ci sono stati lunghi confronti. Ed è stato uno dei primi libri del gruppo a uscire in carta amica delle foreste, un progetto che ho fortemente sostenuto e continuerò a sostenere.

 

Alcuni sostengono che per poter scrivere bisogna mettere in "stand by" la propria vita, fermare la giostra, scendere e rimanere a osservare per poi fare in modo che quella riprenda a girare.... attraverso le parole per l'appunto. Per te com'è? 

 

In genere prima di scrivere un libro per qualche mese ho una fame insaziabile di persone, incontri, scambi, stimoli. Poi quando inizio a scrivere alterno lunghi periodi di solitudine, di mondi paralleli riempiti dai miei personaggi, salvo ogni tanto fermarmi e ritornare nella girandola delle cose. Mi sento come una batteria ricaricabile, e l'energia, dopo che l'ho consumata a scrivere o a lavorare ad altri progetti, sono sempre le persone.

   
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spfhynnd

Scritto da: spfhynnd (Invitato) 13-05-2008 20:39

spfhynnd

Scritto da: spfhynnd (Invitato ) 13-05-2008 20:39

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