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Chiara Valerio, l'attenzione per i dettagli e l'amore per la lettura Stampa E-mail
 

Scritto da Redazione, 24-06-2007 09:32

Pagina vista : 2851    

Favoriti : 223

 di Anna Maria Verde

Fermati un minuto a salutare
è una raccolta di racconti edita dalla Robin Edizioni per la Collana "Libri da Scoprire". L'autrice Chiara Valerio , che quest'anno prenderà parte all'iniziativa Scritture Giovani, nasconde una sensibilità femminile durante tutta la sua scrittura e la traduce con le sue storie al cui centro ci sono per lo più le donne e tutte la loro innumerevoli sfaccettature. 


Il libro si alterna per lo più tra due argomenti: l'amore quasi maniacale per la lettura e la scrittura e le diverse conseguenze dell'innamoramento. Fermati un minuto a salutare è una raccolta di racconti sensoriali, spesso gli odori, il tatto e i sapori sono al centro del pensiero narrativo dell'autrice, ed  è proprio in "La forma delle cose" la  cui citazione iniziale la dice lunga su quanto la Valerio abbia potuto trarre spunto proprio da essi: "certi odori sono così eloquenti, ciascquno vale cento discorsi" che si percepisce l'esigenza dell'autrice di traspporre su carta le innumervoli sensazioni che possono nascere dal quotidiano.

Questo libro fa sorridere con il suo modo a volte un pò sfottò (Antipasto d'autore), fa commuovere con i personaggi che cercano ancore umane a cui aggrapparsi (Diorama) e fa riflettere con la maturià e l'insoddisfazione di una donna alla ricerca di se in qualcosa che mai sino ad allora non le era appartenuto (The Prince of the Sprintz).

Con le sue parole l'autrice crea attimi di initimità tra la storia e il lettore e lo fa attraverso un atipico uso del dialogo, in quasi tutte le occasioni di discorso diretto scardina la classica struttura eliminando il virgolettato, aiutandosi solo con l'utilizzo delle virgole e delle maiuscole. Tutto sembra essere detto a mente, quasi come in uno stato onirico, la sensazione che il lettore prova è quello di scorgere pensieri e non udire parole.

Questa autrice va letta e seguita non solo per l'indiscutibile telento narrativo e per il suo distinguibile stile, Chiara Valerio va letta perchè offre la possibilità di varcare mondi e intimità umane percependo quasi un senso di appartenenza ad essi attraverso i microcosmi e i dettagli che la sua scrittura ci regala.
 
 Abbiamo chiesto all'autrice di rispondere a qualche domanda, Chiara ha risposta offrendo ulteriori spunti sulla lettura del suo libro e sul mondo della scrittura.

A proposito del Festival della Letteratura e l'iniziativa "Scritture Giovani", quest'anno sei stata scelta tu Quale sarà il tema?
Disquiet. Mi è stato chiesto di scrivere un racconto sull’inquietudine. Io ho pensato a inquietudine come attesa, come incertezza e abitudine ad azzardare ipotesi e interpretazioni sui comportamenti altrui, come favoleggiare o spaventarsi prima di andare a vedere cosa c’è oltre la porta. O se c’è la porta.

A un certo punto proprio in Antipasto d'autore scrivi La letteratura deve rimanere lontana dagli autori, distante, protetta dalle pagine, nascosta dalle sovraccoperte, vicino a cosa le farebbe bene stare?
Ai lettori. Tutta la letteratura è un atto di condivisione, un qualcuno che accade accanto dentro insieme dietro o nonostante qualcun altro. O almeno per me è sempre stata questo. Certo, ci sono stati  libri che ho letto perché scritti proprio da un autore, ma era un volume singolo, uno spot più o meno luminoso, non la letteratura tutta che è compagna, concubina e certe volte pure traditrice.

Personalmente ho trovato la raccolta di racconti molto sensoriale, costruita prevalentemente su dettagli. È come se il lettore si sporgesse per andar a curiosare dentro che c'è. Da cosa nasce la tua scrittura?
È perché io mi sporgo un sacco. Da quando ero bambina e ho avuto il permesso di andare sul balcone o di correre sul terrazzo. Mi sono sempre sporta un sacco, fino al dondolio, per guardare giù, sbirciare, arrivare con gli occhi al balcone di fronte, e oltre ringhiere o balaustre. E dai particolari, vorrei che la mia fosse una scrittura di cose quotidiane e anche qualsiasi, e di ossessioni, e di smagliature e di libri e parole non mie, vorrei che fosse reportage e invenzione plausibile, interpolazione della realtà così come appare a uno sguardo passante.  Appena fuori mano ma accogliente. Io non lo so da dove nasce ma certe volte mi sembra di capire dove vuole andare.

A settembre uscirà il tuo terzo libro, puoi già anticiparci qualcosa?

Prima di tutto vorrei dire che è un romanzo e che si intitola Ognuno sta solo.  Ho finito di scriverlo nell’estate del duemilatre. Per tornare alla domanda di prima, io non so dove sia nato ma mi rendo conto che parla già un poco, e sgambetta imberbe. È una storia un po’ sbruffona, talvolta triste e appena epica. Solo che l’avventura non è imbastita di burroni o foreste e signori (o)scuri o invasori spaziali e intelligenze superiori, ma di altri libri. Ognuno sta solo è la storia di una persona che ha come unico riferimento quello che ha letto. I libri, gli scrittori, i fumetti. È il racconto di una approssimazione alla realtà. Perché qualcuno crede a quello che c’è intorno perché lo tocca, qualche altro ci crede se lo ha letto o quando. Al centro di Ognuno sta solo c’è Tutto quello che ho scritto è vero, l’ho letto coi miei occhi. È la cronaca di uno spaesamento ma non c’è psicanalisi, solo letture, un flipper e due gatti.

Carol, recensione a cura di Chiara Valerio   
P. Highsmith, Carol (The price of Salt) [1952], pp.289
"Com'è mai possibile amare ed avere paura? Le due cose
non andavano d'accordo. Come era possibile quando loro due
diventavano di giorno in giorno più forti?" Carol è tutte le
sconosciute di cui si incrocia lo sguardo. Non solo in periodo
di saldi. Magnifica borghese, bella fuori dai canoni, più
definita di un sogno ritoccato tante volte, cammina con
la testa alta e va incontro a Therese come fosse la cosa
più naturale del mondo. Camminare, comprare una
bambola e sedurre chi la vende. Highsmith costruisce
un libro lieve con pochissime puntuali critiche alla società
e alle idee delle persone su sensualità differenti dai rapporti
uomo donna. Ma non c'è rancore, non giudizio e nemmeno
analisi in questo thriller che rimane insieme romanzo,
feuilleton fuori maniera e che scende liscio come il terzo
cocktail in compagnia. Carol non è un libro di costume o
di genere, rimane nel vago di qualsiasi rapporto amoroso
forte del fatto che ogni incontro è fatto di giochi di sguardi
incroci di mani e spinte di ventre. Non è un libro di costume
nonostante le descrizioni parossistiche dei grandi magazzini
e non è una accusa al conformismo. Ma è buona letteratura,
rinfrescante, piena di tensioni e quindi, assolutamente,
da tenere sotto gli occhi
.
The price of spritz è liberamente ispirato a Carol, si parla di omosessualità, a che punto è l'Italia a riguardo? Se ne parla? Se ne scrive o se ne mormora ancora?
Il prezzo dello spritz è in realtà il ribaltamento del romanzo di Highsmith. Ed è anche un pretesto. L’idea mi era venuta ascoltando un Tg3 veneto dove si indagava con enfasi il prezzo dello Spritz sulla riviera adriatica. Mi aveva divertito. E così ho pensato a quanto o se poteva essere sintomatico domandarsi del prezzo dello spritz piuttosto che del prezzo del sale (titolo originale di Carol) e ho scritto il racconto. Carol non è un libro omosessuale (se ne esistono, e se esistono allora bisogna assolutamente precisare che Il dottor Zivago, Tre metri sopra il cielo, Madame Bovary, e Non ti muovere, per dirne di varii, sono romanzi eterosessuali!) e nel mio racconto l’omosessualità è solo l’ultimo belletto di Alessandra e l’ennesima figurina Panini di Lara. Questo a parte in Italia di omosessualità si mormora molto. Se il mormorio passasse alla discussione sui diritti dei singoli sarebbe un passo avanti. Si sussurra della natura dei singoli individui piuttosto che  dei diritti dei singoli cittadini. C’è un millimetrico tanfo di pettegolezzo e mancanza di laicità, non trovi?

Al momento ci sono molte "piccole" case editrici che finalmente hanno capito di dover andar a caccia di talenti, senza stare ad aspettare il manoscritto buono. Non è un caso l'esplosione di annunci in cui gli editori incitano la spedizione di manoscritti, si stanno avvicinando allo strumento "blog" e forse guardano alla rete con molta più attenzione rispetto al passato. Il punto però è far parlare dei libri una volta pubblicati: alla nostra redazione il 90% dei comunicati e delle schede libro arrivano direttamente dagli autori. Perché le case editrici pubblicano libri ma poi non spendono denaro per promuoverli lasciando gli autori in balia di loro stessi?
È una bella domanda, credo che la risposta affondi radici nel mercato editoriale che per me è incomprensibile. In ogni modo penso che cercare e pubblicare talenti senza poi sostenerli con una dignitosa distribuzione è folle. Ma una distribuzione dignitosa costa molto. Ovviamente in questo processo di visibilità, di soglia di galleggiamento pubblicitaria, la rete è fantastica. È un tam tam potentissimo.  

Nella scrittura, come in altri più comuni lavori, esiste la raccomandazione?
Esistono, come in altri lavori più comuni, le possibilità e le occasioni propizie. Avere un libro pronto al momento giusto, essere concorde al gusto degli altri e a quello (appunto!) del mercato, forse anche essere in pedi al posto giusto nel momento giusto. Credo che esistano gli innamoramenti, e che quello letterario sia un mondo dove gli innamoramenti possono illuminare od oscurare uno scrittore o uno scritto. Non so se questo sia una raccomandazione però.

Tu hai studiato matematica, però poi hai fatto delle parole una "professione". Se non avessi iniziato a scrivere e pubblicare cosa avresti fatto?

Mi sarebbe piaciuto continuare a studiare, quindi forse avrei tentato la carriera accademica. Insomma durante gli anni del dottorato mi sono molto divertita. Io adoro studiare, studierei sempre. Studio ovviamente ma farlo per lavoro è un’altra cosa. È un tempo lungo e non asfissiato da scadenze, da orari e da timbri su cartellini. La scrittura sarà una vera professione quando comincerà a darmi da vivere, per adesso ci pensa ancora la matematica, e di questo le sono assai grata.

Quando un tuo libro viene pubblicato pensi chissà in quanti lo leggeranno o chissà se piacerà a chi lo leggerà?
Penso che è altro da me e spero che diventi parte delle vicissitudini di un altro. Che entri a far parte di un sottolinguaggio condiviso come fosse una esperienza. Un ritardo in treno o un sorriso a un casello autostradale o un fattaccio in metropolitana o un piede calpestato su un marciapiede o boh.  Spesso mi capita di raccontare cose in prima persona che invece ho solo letto, ma che mi appartengono come se le avessi fatte. Per esempio. Quando ho fatto il giro del mondo in ottanta giorni e sono arrivata fino a Uqbar, quando ho incontrato una capra dal volto semita, quando ho detto che i fiori li avrei comprati io, quando mi sono fatta marchiare a fuoco il nome di Toni su un braccio, quando Dona Augusta mi ha fatto segno di passare nella stanza da pranzo, quando ho respinto il lattaio invertebrato, e così via in azioni sempre meno eco e sempre più quotidiane. Scrivere per certi versi è rinunciare ad avere segreti e ricordi propri. È un atto di memoria e di dimenticanza. Quindi, in fondo, spero sempre che lo leggano in tanti. 
 
 
   
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