Chi può affermare quale sia la specialità di quest’intreccio convulso di vite che si assomigliano, si confondono, si prestano, si annullano? Forse l’intrigante descrizione di una Londra fitta, esplorata tra gli umidicci vicoli, che fanno da tane ai diseredati. Magari le interminabili vicissitudini amorose, che fungono da spunto per un’interessante ritrattistica sociale, o ancora il pesante giudizio di un narratore onnisciente, che lascia traspirare tutta la morale favolistica di cui necessita un’epoca.
Di certo è impensabile non restare stupefatti dinnanzi alla travolgente
schiera di personaggi che Dickens dipinge con la pazienza di un amanuense, tracciando con attenzione ogni minimo dettaglio, che sprofonda nella dimensione dell’interiorità, trattata a caratteri darwiniani. Non emergono personalità specifiche, proprie di qualcuno, ma gruppi plasmati di animi diversi come l’alta società londinese, decadente, ridicola, contraddittoria, che prende voce attraverso i Veneering e i loro improbabili amici.
Si tratta di
entità sbiadite, dai nomi ridicoleggianti, che si perdono tra le pagine del racconto, portando il lettore a chiedersi di tanto in tanto, chi sia tale Boots o Brewer o Lady Tippins. Lo stesso Twemlow, parente di chissà quale eminente Lord, stenta a capire chi sia, ripetendosi il quesito all’infinito, sino a farsi venire strazianti emicranie.
Ci sono poi
gli arrivisti, piccoli d’animo e d’intelletto, che dedicano la loro esistenza al complotto, insinuandosi nelle storie altrui come bisce pericolose, ma finendo schiacciati dalla loro stessa ottusità. E’ questo il caso di Silas Wegg, che vive da parassita presso il ricco Signor Boffin, aspettando il momento propizio per un eventuale cambio di fortuna, o della scellerata coppia di sposi, i Lammle, incorsi in un increscioso equivoco valutativo al momento delle nozze e decisi all’ascesa sociale con ogni mezzo. Spicca infine l’usuraio, Fledgeby, attore di una sopravvivenza priva di scrupoli, portata avanti nel freddo atteggiamento di calcolo e lontana da qualsiasi pulsione umana.

Accanto al
male spiccio, che si annulla da solo, si presenta
quello feroce e violento dell’amore deluso, dell’orgoglio ferito e dell’antagonismo forzato: è il maestro Headstone, che si vede portar via la bella Lizzie dal
superbo Eugene Wraybourne, figlio di un’alta borghesia annoiata sprezzante, ma travolto dal sentimento per la giovane.
La lotta fisica tra i due rivali, posizionati agli antipodi della stessa classe sociale, ne decreterà le sorti finali.
La morale dickensiana accosta tuttavia alla razza umana oscura, prototipi ben più lodevoli e positivi che riescono, nel tormento della loro esistenza, a raggiungere un abbaglio di felicità. Si tratta degli umili e dei vessati, che legati ai propri precetti di onestà e lealtà acquisiscono senza volerlo tutto ciò per cui i meschini hanno sempre tramato.
Bella Winfler trova l’amore e il denaro; la vecchia coppia di custodi di casa Harmon, i Boffin, eredita denaro, Lizzie si unisce in matrimonio con Wraybourn, uscendo dall’emarginazione sociale alla quale dalla nascita era stata condannata e la storpia signorina
Jenny Wren corona il proprio sogno d’amore. Che il lieto fine sia iscritto nel contesto sociale dei diseredati non è certo un caso, ma l’abile gioco polemico di un intellettuale deciso a fare della propria arte una denuncia di risonanza, laddove la vecchia Londra, straziata dalla seconda rivoluzione industriale, condanna i suoi figli più deboli al dolore e alla frustrazione.
formylove
Scritto da: luca (Invitato) 15-07-2008 14:25