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Walter Pozzi - Un catalizzatore di idee letterarie Stampa E-mail
 

Scritto da Redazione, 16-02-2007 14:54

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 di Anna Maria Verde
“Trent’anni della mia vita li ho buttati, per altri cinque ho dormito, e cinque, finalmente li ho vissuti” questo è quanto Walter G. Pozzi, l’autore di “Il corpo e l’abbandono”, de “L’infedeltà” e di “Altri destini”, ripete a chi gli chiede qualcosa sul suo passato. Potremmo definirlo “semplicemente” uno scrittore ma di Walter Pozzi va detto che è un catalizzatore di idee letterarie. Annovera nel suo curriculum interessanti esperienze: una vera e propria scuola di scrittura creativa, 3 romanzi e una rivista culturale appena partorita. Classe 1962 smuove e crea nuovi spazi alla questione letteraria in Italia mettendosi ambiziosamente a caccia di autori esordienti pronti a puntare la loro telecamera verso l'esterno, sul mondo, sulla società e sulla politica. In occasione del debutto editoriale di “Pagina Uno – Percorsi Intellettuali” lo abbiamo incontrato chiedendogli di raccontare a Locanda Almayer di se, dei suoi progetti e delle proposte creative di Pagina Uno.

Allora, nasce il primo febbraio 2007 PaginaUno - Percorsi intellettuali, un bimestrale culturale che raccoglie racconti e inchieste sul mondo letterario. Che ha il proposito di...
Non è una risposta facile da dare, per cui, se me lo permetti, mi prendo un po’ di spazio. Innanzi tutto la nostra attenzione non si concentra unicamente sul mondo letterario. La letteratura si è da sempre occupata (se si escludono gli ultimi vent’anni) della società e dei problemi degli individui. Perché una nuova rivista di cultura e politica abbia un senso, oggi, non può che progettare se stessa in maniera polemica rispetto alla cultura ufficiale. E, bada, non per mero spirito polemico, ma per amore della letteratura e dei significati di cui essa è portatrice sin dalle sue origini. Negli anni settanta, la cultura ufficiale, pur non includendo l’intera gamma di pensatori presenti in Italia (pensa a persone come Toni Negri, a un’intera categoria di intellettuali definiti indistintamente “Cattivi maestri” e messi in carcere per ciò che pensavano), era comunque composta da intellettuali del calibro di Sciascia, Pasolini, Moravia, Calvino… Scrittori che nei loro romanzi esprimevano un’analisi spietata della società; autori decisamente in veemente opposizione a certe logiche di potere messe in atto dai politici del loro tempo. Al contrario, oggi, gli scrittori sembrano sempre più disinteressarsi a ciò che accade a una spanna del loro ombelico; il che potrebbe non essere così grave se un simile disinteresse fosse il frutto di una scelta. Ma purtroppo non è così. Ho raggiunto la convinzione che si tratti proprio di un’incapacità endemica. Una sorta di deficit nella loro formazione che li ha condotti ad avere opinioni politiche superficiali, non dissimili da quelle che percorrono il comune sentire nazionale.  Il problema è che la narrativa di oggi è un orrendo mostro creato dal mercato, dalla ricerca del più ampio consenso e del profitto messo in moto a partire dalla metà degli anni ottanta dalle grandi industrie editoriali. Una dinamica che ha via via degradato il pensiero a puro intrattenimento, parificandolo al calcio e alla televisione. Ergo, la stessa cultura ufficiale non può che essere il prodotto del mercato, e non il risultato di un lavoro qualitativo in grado di elevare il pensiero per divenire portatore di una coscienza che si contrapponga allo status quo. Tuttavia questa non è l’unica realtà presente in Italia; esistono molti scrittori in grado di formulare analisi e interpretazioni della società serie e importanti che vadano oltre la superficialità messa in mostra (oserei dire ostentata, come sempre lo è l’ignoranza) da quotidiani e riviste. Mi sento di dire che PaginaUno ne è la dimostrazione pratica. La nostra è una realtà indipendente che si mantiene con le proprie forze, e questo permette a chi vi scrive di esprimersi in totale libertà. Ciò naturalmente non vuole dire che la rivista non abbia una linea di pensiero.

Quali sono i criteri con cui scegliete i racconti da pubblicare?
Lo stesso criterio che adotteremmo nella scelta di un romanzo da leggere. I racconti devono narrare una storia con il chiaro obiettivo di volere raccontare, attraverso di essa, il mondo, la società e la vita. Noi pubblichiamo a ogni numero un racconto di uno scrittore italiano fuori diritti. La scelta, per esempio, di De Roberto sul primo numero non è casuale, vista la dimenticanza cui è relegata la sua illuminante opera nella scuola italiana. In più pubblichiamo un paio di racconti di aspiranti scrittori. A questo proposito segnalo il mio indirizzo di posta elettronica: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo Prendiamo in considerazione racconti che non siano d’amore, introspettivi o fantasy.

Come mai la decisione di escludere queste categorie di racconti?
Perché il nostro obiettivo consiste nell'incoraggiare quel tipo di scrittura che oggi trova difficilmente spazio nell'editoria. I romanzi d'amore non mancano, così come anche non mancano i libri pieni di introspezioni o i Fantasy. Ho l'impressione che gli scrittori abbiano smesso di puntare la telecamera verso l'esterno, sul mondo, sulla società e sulla politica. Con la nostra scelta, al contrario, lo incoraggiamo a farlo. Significa chiedere allo scrittore di tornare a partecipare alla vita del proprio paese. E' l'unico modo, per il campo di potere della letteratura, di tornare a incidere positivamente sulla vita sociale italiana. Ah, a proposito, anche i gialli, soprattutto quelli il cui fine è la trama (chi è l'assassino?), lo splatter o una ricerca di uno pseudorealismo stile csi, tendiamo a non prenderli in considerazione. Proprio non ci interessano.

Dove verrà distribuita la rivista?
Per il momento gestiamo la distribuzione autonomamente. Per una scelta strategica: preferiamo farci le ossa con la vendita diretta e via internet, oltre che alle presentazioni di PaginaUno organizzate in biblioteche e circoli culturali. Naturalmente intendiamo adottare punti vendita su Milano che segnaliamo sul sito www.rivistapaginauno.it. Più avanti, quando il nome comincerà ad affermarsi, entreremo in libreria. I librai non sono propriamente i migliori alleati dei piccoli editori e delle piccole realtà editoriali; per cui, aspettiamo a compiere questo salto.

Tu organizzi e coordini anche corsi di scrittura creativa. Ci aggiorni sulle novità e sui laboratori da voi proposti? Innanzi tutto non si tratta di corsi, bensì di una vera e propria scuola. Un’esperienza progressiva che parte da un Laboratorio base di dieci lezioni e, per chi sceglie di proseguire, di ulteriori corsi di approfondimento per altri due anni (cinque mesi il primo e otto mesi il secondo) in cui l’atto dello scrivere viene visto, analizzato e vissuto nella sua complessità. Una complessità che va oltre l’idea che comunemente si ha dell’attività dello scrittore.

Un giovane o anche un non giovane, che decide di scegliere un laboratorio organizzato da Pagina Uno, cosa trova che non troverebbe mai in altri corsi?
Sicuramente trova nel sottoscritto un unico e costante riferimento, e la possibilità, al termine delle dieci lezioni, di proseguire il proprio percorso. Non viene abbandonato alla fine di dieci lezioni, che certo non sono sufficienti a rendere tale uno scrittore. Scrivere non significa soltanto imparare le tecniche per costruire una storia. Per diventare scrittori occorre acquisire conoscenze ben più consistenti che spesso esulano dalla semplice scrittura. Scrivere ha a che fare con il pensiero. Scrivere significa anche saper leggere; significa memoria storica, memoria letteraria. Significa studio e aggiornamento continuo. Scrivere è la lenta costruzione di una personale e solida chiave di lettura della società. Ecco perché la Scuola di Scrittura PaginaUno prevede un progressivo e duraturo programma di lavoro, di cui il Laboratorio di Scrittura è soltanto la porta d’ingresso; giunto al termine, lo studente può scegliere di non proseguire, portando con sé un insieme di insegnamenti che comunque lo aiuteranno di lì in avanti a coltivare con maggior piacere la propria passione, oppure può decidere di intraprendere un ulteriore e più impegnativo percorso di approfondimento, per coloro che intendano la scrittura non soltanto come un semplice passatempo, bensì come qualcosa di realmente importante. I corsi sono a numero chiuso. La mia aula non accoglie mai più di dieci/quindici persone. Una volta raggiunto questa quota, seppur con rammarico, rinvio le persone al successivo Laboratorio. Credo sia una questione di serietà e di rispetto degli obiettivi che, aprendo la mia scuola, mi sono posto sin dal principio. Una scommessa il cui proposito consiste nel trasformare degli aspiranti scrittori in colleghi; qualcuno con cui potermi confrontare alla pari. E mi sento di dire che è proprio ciò che sta accadendo con le persone che in questo momento stanno frequentando l’ultimo anno. Chissà?, forse significa che il programma funziona.

 Nel tuo editoriale leggo: “PaginaUno” nasce anche con l’intenzione di affrontare tale questione e di ricoprire uno spazio critico e culturale rimasto vuoto ormai da tempo. E non perché in Italia manchino le riviste letterarie. Al contrario, ce ne sono e ne nascono. Bensì perché nella loro impostazione si nota il medesimo vizio delle pagine culturali dei quotidiani: l’adesione totale e mansueta, alle logiche di un mercato proiettato verso la riduzione della letteratura a mero strumento di intrattenimento. Un meccanismo che si riflette nel disimpegno generalizzato di cui si nutre il comune sentire nazionale. Quando una critica letteraria può definirsi "buona" in termini qualitativi, quando non è più semplicemente il filo conduttore di un intrattenimento alternativo?
In Italia si pubblicano cifre spaventose di romanzi; adesso non saprei dirti quanti libri finiscono sugli scaffali ogni mese. È il mercato, bellezza!, direbbe qualche ignorante. Poi, però, se guardi bene le critiche letterarie e gli scrittori che vengono citati o invitati a fare passerella in televisione, l’impressione che ne ricavi è che in realtà non vengano pubblicati più di un centinaio di autori. Gente, tra l’altro, i cui scritti sono assolutamente innocui, e che i critici si impegnano a far sembrare importanti. Mi è capitato di leggere la recensione che D’Orrico ha scritto sull’ultimo romanzo di Ammaniti. Nel disperato tentativo di dargli un qualche significato è stato costretto a inventare l’impossibile. Il risultato è di una comicità travolgente. Ormai non chiedo più a una critica di essere buona, ma almeno di essere onesta, non dettata da direttive commerciali. D’altronde i critici, soprattutto quelli più accreditati, vanno capiti. Per essere letti sono costretti a recensire nomi noti al grande pubblico.

Il print on demand oggi dà a chiunque la possibilità di pubblicare qualsiasi cosa sia stato dattilografato, senza alcun filtro editoriale, potremmo definirla la panacea di tutti coloro che hanno ricevuto almeno un rifiuto editoriale. Tu cosa ne pensi? Una lotta al mondo editoriale troppo chiuso nei canoni commerciali o un vero e proprio sfruttamento di coloro che aspirano a tutti i costi a una pubblicazione?
Se c’è un criterio adottato dalle industrie editoriali nella scelta dei romanzi, questo sicuramente non è più quello della qualità. Tuttavia non ho l’impressione che i print on demand si propongano come valida alternativa. Sia la grande editoria che questi ultimi perseguono il profitto, ognuno con i mezzi di cui dispone. Il resto non conta. Quando due tra le più importanti industrie editoriali italiane si battono per avere Moccia in catalogo, neanche fosse Faulkner, è chiaro che entrambe hanno deciso di abdicare alla cultura. Non li vedremo mai scannarsi alla stessa maniera per pubblicare, che so, Wole Soynka o Chinua Achebe, due autori che davvero sarebbero fiori all’occhiello per qualsiasi editore in qualunque altra parte del mondo. E bada, potrei ancora capire se l’intento di pubblicare romanzi commerciali fosse una strada per editare, grazie ai loro proventi, libri di alta qualità. Romanzi che abbisognano di tempi lunghi per costruirsi un proprio pubblico. Purtroppo non funziona così. Non vedo grande differenza, quindi, tra le due realtà.

Che cosa fa di un libro un buon libro?
La capacità di illuminare la mente del lettore e di fare sorgere in lui il Dubbio, in assenza del quale non si può parlare di coscienza; il coraggio di attaccare e demolire lo status quo. Quando un romanzo non fa questo, be’, ha tragicamente fallito.

   
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