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Da madre a madre - Sindiwe Magona Stampa E-mail
 

Scritto da Redazione, 04-12-2006 18:50

Pagina vista : 2714    

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 di Giulia Pegoraro
Che volto ha il dolore? Che volto, l’odio? Quale, il nemico? Talvolta l’Assassino è in parte il riflesso della Vittima. Come un’immagine allo specchio, spaccata da una linea profonda, una metà deforme e degenere in cui si possono ancora intravedere i propri lineamenti, un’altra metà sconosciuta ma altrettanto abbruttita, dalla vita e dalle scelte che si sono o meno fatte. Ci sono delitti in cui le vicende dei singoli sono solo velenosi frutti di un albero che affonda le proprie radici in una terra resa marcia dal tempo e dagli eventi. E’ a questo marciume che Sindiwe Magona vuole dare voce: il marciume della Storia, della necessaria conseguenza della sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Voce umana di madre, madre dell’assassino di Amy Biehl, studentessa della Columbia University approdata in Sudafrica per sostenere la lotta dei neri contro l’apartheid.
Uccisa da un emergente movimento “anti – bianco”, i Giovani Leoni. L’omicidio di Amy scoperchia quel vaso di Pandora che è il cuore di Mandisa, la quale ripercorre la sua esistenza e quella del suo popolo, parimenti senza futuro e senza opportunità.

Un popolo allo sbando che si nutre di fatica, dolore, frustrazione e rabbia. Un rancore latente che viene tramandato di padre in figlio e che corrode l’anima a tal punto da far diventare Mxolisi un semplice esecutore del desiderio collettivo di liberarsi dell’uomo bianco.

Ma nel lamento di Mandisa non vi è alcuna traccia di giustificazione, né è un atto d’accusa unilaterale. E’ invece amara consapevolezza della colpa dell’Uomo. Dell’uomo che opprime e dell’uomo che, oppresso, costringe i propri figli a portare il peso del proprio male di vivere, condannandoli una seconda volta. Figli che nel libro vengono chiamati “generazione perduta”. Il grigiore del passato nel loro futuro.

Intenso, vibrante Sindiwe Magona ci catapulta nei colori del Sudafrica che risultano ancora più tragici e vividi grazie alla narrazione della protagonista in prima persona, amica d’infanzia della scrittrice.

Non c’è spazio per facili moralismi o per soluzioni semplici. Ella mette a nudo la realtà in tutta la sua concretezza e quindi in tutta la sua dignità. Dalla scrittura scarna deriva la forza del racconto che ha il pregio di gettare una luce diversa non solo sull’episodio in sé, ma soprattutto sul cuore dell’uomo.

L’odio non ha per oggetto una persona in particolare, ma ciò che essa rappresenta. Nell’odio ogni individuo viene spogliato della propria umanità e diviene il simbolo di ciò che si vuole distruggere. Poco importa che stia dalla propria parte o meno, subdolo si infila nelle pieghe della quotidianità, diventando un’abitudine, un “modus vivendi” incontrollabile.

La ferita aperta sulla quale la scrittrice punta la sua lente d’ingrandimento non può che invitare ognuno di noi ad essere responsabili del nostro presente per dare un futuro a chi verrà dopo di noi.

L'autrice

Nata nel Transkei, è cresciuta nei duri sobborghi di Città del Capo. I suoi scritti ricordano la difficile giovinezza in Sudafrica e le sue lotte, personali e politiche, di donna nera vissuta sotto la segregazione, alla ricerca costante dell’armonia razziale e sessuale nel suo Paese. Ha svolto i suoi studi per corrispondenza, dovendo occuparsi da single dei tre figli, senza disporre di una residenza fissa e lavorando come domestica. Si è quindi laureata all’Università del Sudafrica e ha conseguito un Master in Scienze dell’Organizzazione Sociale del lavoro presso la Columbia University. Recentemente ha lasciato il suo incarico, svolto per molti anni, presso l’Onu, ed è tornata a vivere a Città del Capo.

Scheda del libro
Editore: Gorèe
Pagine: 289
Prezzo: 16,00
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