E’ il semidio per antonomasia, rappresentate della “iubris” e dell’ideale greco della forza, tanto facile alla collera quanto alla dolcezza nelle amicizie, si perderà però a causa della sua stessa grandezza e avventatezza. Curioso come l’ideale pagano dell’immortalità nel ricordo degli uomini che Omero ha tanto esaltato in Achille si ritrovi poi, quasi parossistico, in moltissime opere di grandi autori molto posteriori. Basti il pensiero del Foscolo o di Leopardi che lasciavano alla memoria dei cari o comunque degli uomini l’effettivo protrarsi della vita terrena del defunto. Un mito legato alla affermazione di sé, spesso anche oltre la natura e che per questo Omero designò con una fine rapida ed abbagliante. Ma Achille forse non era il personaggio più amato dallo stesso poeta, si coglie certo nelle sue descrizioni l’ammirazione per il coraggio cieco e l’ardore smisurato, ma anche un moto di rimprovero o comunque di biasimo nei riguardi della furia che annebbia la ragione e distrugge quel che è più caro. Seppur l’Illiade rimane dunque un poema dominato dalla forza degli uomini e delle armi, già lascia intravedere in sé l’archetipo di quel che sarà l’eroe prediletto da Omero, colui che sa canalizzare l’ardore per una giusta causa. Che combatte non per l’onore o per la gloria, ma per difendere. E costui è Ettore, l’antitesi stessa del modello proposto da Achille, un mortale che per tutta la vita non ha fatto altro che perseguire ciò che riteneva giusto, scusando i torti di coloro che gli erano vicini ma non permettendo a sé stesso sbagli di sorta. Fin dall’inizio sapeva che la furia di Achille sarebbe stata inarrestabile, ma si pose ugualmente come argine tra la furia dei greci e le schiere troiane che solo in lui confidavano per la difesa della città. Una della immagini più commuoventi dell’Illiade riguarderà proprio l’addio tra Ettore e la moglie Andromaca presso le porte Scee, qui è sintetizzata tutta la struggente modernità dell’eroe omerico, che soccomberà di fronte alla violenza del suo antagonista ma spargerà nuova linfa per un nuovo archetipo di eroe. Ben conscio della fine è Ettore ma forse ancor di più Andromaca che lo supplica di non affrontare Achille in battaglia, per un attimo il principe troiano vacillerà seppure mai rinunziando all’epos, ma il dovere prevarrà e cosi Ilio si perderà con lui, il suo ultimo baluardo che stringe per l’ultima volta il figlio e la moglie. E’ un lungo addio la fine stessa che piomberà su Andromaca. Quest’ultima si può collocare anch’essa in antitesi con un’altra grande figura del poema che è Elena, l’una rappresentante dell’amore coniugale legittimo, passionale eppure saldo nei principi; l’altra invece dell’eros più incontrollato, del tradimento coniugale e di un amore illecito, portatore di sventure. Come però per Ettore ed Achille, anche tra loro non vi saranno vincitori, tutti sono vittime allo stesso modo della carneficina della guerra e ciascuno è già condannato, per colpa o per sorte, all’infelicità. Nessuno sarà risparmiato dalla pugna, chi non sarà colpito nella carne subirà nello spirito le ferite più amare, Andromaca stessa che vedrà Astianatte suo figlio gettato dalle mura della città in fiamme e che sarà concubina del re dell’Epiro. Ceduta come un oggetto ma sempre memore del suo infinito dolore ed amore per Ettore. L’Illiade che voleva essere celebrazione della guerra, diviene per la sua stessa veridicità anche denuncia. Nel trarre le conseguenze dalla narrazione, non si può essere pervasi da un senso globale di infelicità che investe tutti. Non era senz’altro questo l’intento di Omero, ma la cruda realtà si rende ugualmente manifesta. Farsescamente poi colui che porterà a compimento la vicenda della conquista di Ilio sarà un uomo nuovo, non votato alla forza e alla gloria, ma neppure ai valori della famiglia. Sarà un uomo astuto e curioso, che da sempre ha avuto pochi scrupoli, ma grazie alla scaltrezza riuscirà dove tutti hanno fallito. Costui è Odisseo (Ulisse alla maniera latina), che grazie all’espediente del cavallo di legno provocherà la rovina della città e di coloro che la abitano. Un inganno crudele e sanguinario che sarà, però, pagato a caro prezzo e narrato nell’Odissea come un lungo peregrinare che riporterà l’eroe, vecchio e stanco, alla famiglia ed alla moglie, per scoprire alfine quel che la sua esistenza ha di più prezioso. La nuova strada che si congiunge con l’antica, ma la supera. Ulisse è anche l’emblema della curiosità, qualità che per gli dei è arma più terribile della spada, non è un uomo pio e non ha paura di porsi domande né di superare i limiti impostigli. Un personaggio di una modernità straordinaria che varca di molto i confini angusti dell’armi dell’Illiade, difatti se il primo poema trae linfa dalla terra e dal sangue, il secondo, l’Odissea, trova il suo naturale sfondo nel mare misterioso ed infinito. Simbolo stesso della ricerca e del peregrinare. Un Ulisse dunque cosi moderno da essere sviluppato fin ai giorni nostri in innumerevoli sfaccettature, basti ricordare l’eroe narrato da Dante nella Divina Commedia e quello di Joyce del suo “Ulisse”. La contrapposizione tra i testi è interessante per notare le molteplici interpretazioni che può ispirare questa figura. Dante lo colloca all’inferno nel suo XXVI canto, simbolo supremo della scelleratezza dell’intelletto umano che vuol andare oltre i confini stabiliti da Dio. Seppure il poeta abbia un’opinione negativa degli achei ed in particolare di Ulisse (poiché non aveva conoscenza diretta dei testi omerici, ma ne era a conoscenza attraverso soprattutto l’Eneide e quindi non poteva che avere simpatia per i troiani contro gli achei perfidi ed ingannatori), gli riserva alcune terzine memorabili tra cui il discorso famosissimo ai rematori, il “fatti non foste per viver come bruti, ma per cercare virtute e conoscenza..” Seppure nel biasimo quindi neppure Dante riesce a sottrarsi alla grandezza di Ulisse. Grandezza empia e malvagia ma di certo titanica, che nella sua infinita e perdente sfida a Dio, dona stimoli irrinunciabili. Conscio dell’impossibilità umana non si arrende e tenta sempre di superare la sua natura stessa.
Joyce invece lo colloca nella realtà quotidiana di Dublino, qui è il signor Bloom, ma questa rappresentazione è lungi dall’essere farsesca. Anzi nel continuo divagare mentale dona al personaggio una nuova posizione, è colui che attraverso l’intuizione e la preveggenza solleva l’uomo e gli dona una precisa individualità che la natura tentava di strappargli. Un concetto novecentesco che porta Ulisse a superare non più di limiti fisici ma psicologici. L’uomo ha più che mai bisogno di evidenziare se stesso per comprendere il mondo che lo circonda nella sua irrazionalità. Difatti Joyce nella sua summa non dà a Bloom elementi certi nei quali muoversi, ma lo aiuta a prender coscienza della mutevolezza della natura e del caos che la attanaglia, comprendendo questo l’uomo può superare i propri limiti/paure in un eterno incontro tra individuo e collettività.
La scelta è stata quella di far parlare Omero attraverso i suoi personaggi, è la scelta che ha compiuto anche il fato, sappiamo cosi poco del più grande poeta dell’umanità ma cosi tanto ci consentono di capire le sue opere, cosi intrise d’umanità da confondervi i contorni, fino a creare un quadro indistinto con la vita stessa. La scelta di un’immagine E’ il senso metafisico racchiuso nell’opera di De Chirico che riesce a tramutare il senso omerico del tempo in una specie di immobile eternità. La materia e gli uomini trattati sono cosi vivi da ripercorrere vicende che si ripetono nella storia, anche qui nell’assurdo mondo plastificato non possiamo non fermarci di fronte ai due corpi che sembrano fondersi. Attuali eppure antichi, poiché non hanno mai smesso di parlare… | | LA POESIA Ma di gran pianto Andromaca bagnata accostossi al marito, e per la mano strignendolo, e per nome in dolce suono chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito! il tuo valor ti perderà: nessuna pietà del figlio né di me tu senti, crudel, di me che vedova infelice rimarrommi tra poco, perché tutti di conserto gli Achei contro te solo si scaglieranno a trucidarti intesi; e a me fia meglio allor, se mi sei tolto, l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa! ch'altro mi resta che perpetuo pianto? Orba del padre io sono e della madre. M'uccise il padre lo spietato Achille il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa popolosa città Tebe distrusse: m'uccise, io dico, Eezïon quel crudo; ma dispogliarlo non osò, compreso da divino terror. Quindi con tutte l'armi sul rogo il corpo ne compose, e un tumulo gli alzò cui di frondosi olmi le figlie dell'Egìoco Giove l'Oreadi pietose incoronaro. Di ben sette fratelli iva superba la mia casa. Di questi in un sol giorno lo stesso figlio della Dea sospinse l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo alle mugghianti mandre ed alle gregge. Della boscosa Ipoplaco reina mi rimanea la madre. Il vincitore coll'altre prede qua l'addusse, e poscia per largo prezzo in libertà la pose. Ma questa pure, ahimè! nelle paterne stanze lo stral d'Artèmide trafisse. Or mi resti tu solo, Ettore caro, tu padre mio, tu madre, tu fratello, tu florido marito. Abbi deh! dunque di me pietade, e qui rimanti meco a questa torre, né voler che sia vedova la consorte, orfano il figlio. Al caprifico i tuoi guerrieri aduna, ove il nemico alla città scoperse più agevole salita e più spedito lo scalar delle mura. O che agli Achei abbia mostro quel varco un indovino, o che spinti ve gli abbia il proprio ardire, questo ti basti che i più forti quivi già fêr tre volte di valor periglio, ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro sire di Creta ed il fatal Tidìde. Dolce consorte, le rispose Ettorre, ciò tutto che dicesti a me pur anco ange il pensier; ma de' Troiani io temo fortemente lo spregio, e dell'altere Troiane donne, se guerrier codardo mi tenessi in disparte, e della pugna evitassi i cimenti. Ah nol consente, no, questo cor. Da lungo tempo appresi ad esser forte, ed a volar tra' primi negli acerbi conflitti alla tutela della paterna gloria e della mia. Giorno verrà, presago il cor mel dice, verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada. Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello d'Ecuba stessa, né del padre antico, né de' fratei, che molti e valorosi sotto il ferro nemico nella polve cadran distesi, non mi accora, o donna, sì di questi il dolor, quanto il crudele tuo destino, se fia che qualche Acheo, del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo, lagrimosa ti tragga in servitude. Misera! in Argo all'insolente cenno d'una straniera tesserai le tele. Dal fonte di Messìde o d'Iperèa, (ben repugnante, ma dal fato astretta) alla superba recherai le linfe; e vedendo talun piovere il pianto dal tuo ciglio, dirà: Quella è d'Ettorre l'alta consorte, di quel prode Ettorre che fra' troiani eroi di generosi cavalli agitatori era il primiero, quando intorno a Ilïon si combattea. Così dirassi da qualcuno; e allora tu di nuovo dolor l'alma trafitta più viva in petto sentirai la brama di tal marito a scior le tue catene. Ma pria morto la terra mi ricopra, ch'io di te schiava i lai pietosi intenda. Così detto, distese al caro figlio l'aperte braccia. Acuto mise un grido il bambinello, e declinato il volto, tutto il nascose alla nudrice in seno, dalle fiere atterrito armi paterne, e dal cimiero che di chiome equine alto su l'elmo orribilmente ondeggia. Sorrise il genitor, sorrise anch'ella la veneranda madre; e dalla fronte l'intenerito eroe tosto si tolse l'elmo, e raggiante sul terren lo pose. Indi baciato con immenso affetto, e dolcemente tra le mani alquanto palleggiato l'infante, alzollo al cielo, e supplice sclamò: Giove pietoso e voi tutti, o Celesti, ah concedete che di me degno un dì questo mio figlio sia splendor della patria, e de' Troiani forte e possente regnator. Deh fate che il veggendo tornar dalla battaglia dell'armi onusto de' nemici uccisi, dica talun: Non fu sì forte il padre: E il cor materno nell'udirlo esulti. Così dicendo, in braccio alla diletta sposa egli cesse il pargoletto; ed ella con un misto di pianti almo sorriso lo si raccolse all'odoroso seno. |