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Ma di gran pianto Andromaca bagnata... Stampa E-mail
 

Scritto da Redazione, 06-11-2006 19:14

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 Il cavaliere azzuro - novembre 2006
a cura di Francesco Ferrara

Omero, da qualunque prospettiva si voglia solo provare a scandagliare l’orizzonte della poesia, non si può prescindere da questo nome. L’autore leggendario avvolto nel mistero, di cui neppure si è certi dell’esistenza, ma cui tutti hanno tributato omaggio, dai più grandi ai meno conosciuti. Come accadde molti secoli dopo per la Divina Commedia le sue opere sono divenute proverbiali, citate e riviste, come una nenia millenaria. Nell’Illiade e nell’Odissea si ascolta davvero tutto il campionario dei sentimenti umani, non distillati ma sparsi tra i canti, quasi a voler comprendere la fragile e struggente bellezza della vita. Cosi breve e contraddittoria, eppure irripetibile. Entrambi i poemi, seppur nei mille rivoli della composizione aedica, ruotano intorno ad alcuni personaggi chiave. Il primo è senz’altro Achille, figlio di Teti e re dei Mirmidoni, giovane e battagliero, desideroso di guadagnarsi l’immortalità nella memoria degli uomini anche a costo di morire sul campo.

E’ il semidio per antonomasia, rappresentate della “iubris” e dell’ideale greco della forza, tanto facile alla collera quanto alla dolcezza nelle amicizie, si perderà però a causa della sua stessa grandezza e avventatezza. Curioso come l’ideale pagano dell’immortalità nel ricordo degli uomini che Omero ha tanto esaltato in Achille si ritrovi poi, quasi parossistico, in moltissime opere di grandi autori molto posteriori. Basti il pensiero del Foscolo o di Leopardi che lasciavano alla memoria dei cari o comunque degli uomini l’effettivo protrarsi della vita terrena del defunto. Un mito legato alla affermazione di sé, spesso anche oltre la natura e che per questo Omero designò con una fine rapida ed abbagliante.

Ma Achille forse non era il personaggio più amato dallo stesso poeta, si coglie certo nelle sue descrizioni l’ammirazione per il coraggio cieco e l’ardore smisurato, ma anche un moto di rimprovero o comunque di biasimo nei riguardi della furia che annebbia la ragione e distrugge quel che è più caro. Seppur l’Illiade rimane dunque un poema dominato dalla forza degli uomini e delle armi, già lascia intravedere in sé l’archetipo di quel che sarà l’eroe prediletto da Omero, colui che sa canalizzare l’ardore per una giusta causa. Che combatte non per l’onore o per la gloria, ma per difendere. E costui è Ettore, l’antitesi stessa del modello proposto da Achille, un mortale che per tutta la vita non ha fatto altro che perseguire ciò che riteneva giusto, scusando i torti di coloro che gli erano vicini ma non permettendo a sé stesso sbagli di sorta.

Fin dall’inizio sapeva che la furia di Achille sarebbe stata inarrestabile, ma si pose ugualmente come argine tra la furia dei greci e le schiere troiane che solo in lui confidavano per la difesa della città. Una della immagini più commuoventi dell’Illiade riguarderà proprio l’addio tra Ettore e la moglie Andromaca presso le porte Scee, qui è sintetizzata tutta la struggente modernità dell’eroe omerico, che soccomberà di fronte alla violenza del suo antagonista ma spargerà nuova linfa per un nuovo archetipo di eroe.

Ben conscio della fine è Ettore ma forse ancor di più Andromaca che lo supplica di non affrontare Achille in battaglia, per un attimo il principe troiano vacillerà seppure mai rinunziando all’epos, ma il dovere prevarrà e cosi Ilio si perderà con lui, il suo ultimo baluardo che stringe per l’ultima volta il figlio e la moglie. E’ un lungo addio la fine stessa che piomberà su Andromaca. Quest’ultima si può collocare anch’essa in antitesi con un’altra grande figura del poema che è Elena, l’una rappresentante dell’amore coniugale legittimo, passionale eppure saldo nei principi; l’altra invece dell’eros più incontrollato, del tradimento coniugale e di un amore illecito, portatore di sventure.

Come però per Ettore ed Achille, anche tra loro non vi saranno vincitori, tutti sono vittime allo stesso modo della carneficina della guerra e ciascuno è già condannato, per colpa o per sorte, all’infelicità. Nessuno sarà risparmiato dalla pugna, chi non sarà colpito nella carne subirà nello spirito le ferite più amare, Andromaca stessa che vedrà Astianatte suo figlio gettato dalle mura della città in fiamme e che sarà concubina del re dell’Epiro. Ceduta come un oggetto ma sempre memore del suo infinito dolore ed amore per Ettore.

L’Illiade che voleva essere celebrazione della guerra, diviene per la sua stessa veridicità anche denuncia. Nel trarre le conseguenze dalla narrazione, non si può essere pervasi da un senso globale di infelicità che investe tutti. Non era senz’altro questo l’intento di Omero, ma la cruda realtà si rende ugualmente manifesta.
Farsescamente poi colui che porterà a compimento la vicenda della conquista di Ilio sarà un uomo nuovo, non votato alla forza e alla gloria, ma neppure ai valori della famiglia. Sarà un uomo astuto e curioso, che da sempre ha avuto pochi scrupoli, ma grazie alla scaltrezza riuscirà dove tutti hanno fallito.

Costui è Odisseo (Ulisse alla maniera latina), che grazie all’espediente del cavallo di legno provocherà la rovina della città e di coloro che la abitano. Un inganno crudele e sanguinario che sarà, però, pagato a caro prezzo e narrato nell’Odissea come un lungo peregrinare che riporterà l’eroe, vecchio e stanco, alla famiglia ed alla moglie, per scoprire alfine quel che la sua esistenza ha di più prezioso.

La nuova strada che si congiunge con l’antica, ma la supera. Ulisse è anche l’emblema della curiosità, qualità che per gli dei è arma più terribile della spada, non è un uomo pio e non ha paura di porsi domande né di superare i limiti impostigli. Un personaggio di una modernità straordinaria che varca di molto i confini angusti dell’armi dell’Illiade, difatti se il primo poema trae linfa dalla terra e dal sangue, il secondo, l’Odissea, trova il suo naturale sfondo nel mare misterioso ed infinito. Simbolo stesso della ricerca e del peregrinare.

Un Ulisse dunque cosi moderno da essere sviluppato fin ai giorni nostri in innumerevoli sfaccettature, basti ricordare l’eroe narrato da Dante nella Divina Commedia e quello di Joyce del suo “Ulisse”. La contrapposizione tra i testi è interessante per notare le molteplici interpretazioni che può ispirare questa figura. Dante lo colloca all’inferno nel suo XXVI canto, simbolo supremo della scelleratezza dell’intelletto umano che vuol andare oltre i confini stabiliti da Dio.

Seppure il poeta abbia un’opinione negativa degli achei ed in particolare di Ulisse (poiché non aveva conoscenza diretta dei testi omerici, ma ne era a conoscenza attraverso soprattutto l’Eneide e quindi non poteva che avere simpatia per i troiani contro gli achei perfidi ed ingannatori), gli riserva alcune terzine memorabili tra cui il discorso famosissimo ai rematori, il “fatti non foste per viver come bruti, ma per cercare virtute e conoscenza..” Seppure nel biasimo quindi neppure Dante riesce a sottrarsi alla grandezza di Ulisse. Grandezza empia e malvagia ma di certo titanica, che nella sua infinita e perdente sfida a Dio, dona stimoli irrinunciabili. Conscio dell’impossibilità umana non si arrende e tenta sempre di superare la sua natura stessa.

Joyce invece lo colloca nella realtà quotidiana di Dublino, qui è il signor Bloom, ma questa rappresentazione è lungi dall’essere farsesca. Anzi nel continuo divagare mentale dona al personaggio una nuova posizione, è colui che attraverso l’intuizione e la preveggenza solleva l’uomo e gli dona una precisa individualità che la natura tentava di strappargli.

Un concetto novecentesco che porta Ulisse a superare non più di limiti fisici ma psicologici. L’uomo ha più che mai bisogno di evidenziare se stesso per comprendere il mondo che lo circonda nella sua irrazionalità. Difatti Joyce nella sua summa non dà a Bloom elementi certi nei quali muoversi, ma lo aiuta a prender coscienza della mutevolezza della natura e del caos che la attanaglia, comprendendo questo l’uomo può superare i propri limiti/paure in un eterno incontro tra individuo e collettività.

La scelta è stata quella di far parlare Omero attraverso i suoi personaggi, è la scelta che ha compiuto anche il fato, sappiamo cosi poco del più grande poeta dell’umanità ma cosi tanto ci consentono di capire le sue opere, cosi intrise d’umanità da confondervi i contorni, fino a creare un quadro indistinto con la vita stessa.
 
La scelta di un’immagine



E’ il senso metafisico racchiuso nell’opera di De Chirico che riesce a tramutare il senso omerico del tempo in una specie di immobile eternità. La materia e gli uomini trattati sono cosi vivi da ripercorrere vicende che si ripetono nella storia, anche qui nell’assurdo mondo plastificato non possiamo non fermarci di fronte ai due corpi che sembrano fondersi. Attuali eppure antichi, poiché non hanno mai smesso di parlare…
 

 

 

LA POESIA 

Ma di gran pianto Andromaca bagnata accostossi al marito,
e per la mano
strignendolo, e per nome in dolce suono
chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!
il tuo valor ti perderà: nessuna
pietà del figlio né di me tu senti,
crudel, di me che vedova infelice
rimarrommi tra poco, perché tutti
di conserto gli Achei contro te solo
si scaglieranno a trucidarti intesi;
e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,
l'andar sotterra.
Di te priva, ahi lassa!
ch'altro mi resta che perpetuo pianto?
Orba del padre io sono e della madre.
M'uccise il padre lo spietato Achille
il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa
popolosa città Tebe distrusse:
m'uccise, io dico, Eezïon quel crudo;
ma dispogliarlo non osò, compreso da divino terror.
Quindi con tutte
l'armi sul rogo il corpo ne compose,
e un tumulo gli alzò cui di frondosi
olmi le figlie dell'Egìoco Giove
l'Oreadi pietose incoronaro.
Di ben sette fratelli iva superba
la mia casa. Di questi in un sol giorno
lo stesso figlio della Dea sospinse
l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo
alle mugghianti mandre ed alle gregge.
Della boscosa Ipoplaco reina
mi rimanea la madre. Il vincitore
coll'altre prede qua l'addusse, e poscia
per largo prezzo in libertà la pose.
Ma questa pure, ahimè! nelle paterne
stanze lo stral d'Artèmide trafisse.
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito. Abbi deh! dunque
di me pietade, e qui rimanti meco
a questa torre, né voler che sia
vedova la consorte, orfano il figlio.
Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
ove il nemico alla città scoperse
più agevole salita e più spedito
lo scalar delle mura. O che agli Achei
abbia mostro quel varco un indovino,
o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,
questo ti basti che i più forti quivi
già fêr tre volte di valor periglio,
ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro
sire di Creta ed il fatal Tidìde.
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo appresi
ad esser forte, ed a volar tra' primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor mel dice,
verrà giorno che il sacro iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o donna,
sì di questi il dolor, quanto il crudele
tuo destino, se fia che qualche Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
Misera! in Argo all'insolente cenno
d'una straniera tesserai le tele.
Dal fonte di Messìde o d'Iperèa,
(ben repugnante, ma dal fato astretta)
alla superba recherai le linfe;
e vedendo talun piovere il pianto
dal tuo ciglio, dirà: Quella è d'Ettorre
l'alta consorte, di quel prode Ettorre
che fra' troiani eroi di generosi
cavalli agitatori era il primiero,
quando intorno a Ilïon si combattea.
Così dirassi da qualcuno; e allora
tu di nuovo dolor l'alma trafitta
più viva in petto sentirai la brama
di tal marito a scior le tue catene.
Ma pria morto la terra mi ricopra,
ch'io di te schiava i lai pietosi intenda.
Così detto, distese al caro figlio
l'aperte braccia. Acuto mise un grido
il bambinello, e declinato il volto,
tutto il nascose alla nudrice in seno,
dalle fiere atterrito armi paterne,
e dal cimiero che di chiome equine
alto su l'elmo orribilmente ondeggia.
Sorrise il genitor, sorrise anch'ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l'intenerito eroe tosto si tolse
l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto
palleggiato l'infante, alzollo al cielo,
e supplice sclamò: Giove pietoso
e voi tutti, o Celesti, ah concedete
che di me degno un dì questo mio figlio
sia splendor della patria, e de' Troiani
forte e possente regnator. Deh fate
che il veggendo tornar dalla battaglia
dell'armi onusto de' nemici uccisi,
dica talun: Non fu sì forte il padre:
E il cor materno nell'udirlo esulti.
Così dicendo, in braccio alla diletta
sposa egli cesse il pargoletto; ed ella
con un misto di pianti almo sorriso
lo si raccolse all'odoroso seno.

 

   
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