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Christian Mascheroni: Pioggia, il cinema e Verne Stampa E-mail
 

Scritto da Redazione, 12-09-2006 18:32

Pagina vista : 2896    

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Intervista a cura di Anna Maria Verde

 Madre e figlio, una giovane donna consumata dalla precocità della sofferenza e un bambino di nove anni  avvezzo alla discontinuità dell'infanzia. In "Impronte di Pioggia" con la sua sofisticata penna Christian Mascheroni sviluppa macrofotografie sull'esistenza di Pioggia, dolcissimo bimbo alle prese con la crescita e il disagio dell'abbandono del padre. Dando al lettore una visione amplificata e dettagliata del mondo ora reale, ora immaginato che solo all'infanzia appartiene, l'autore mette in scena la sua storia attraverso l'uso ricercato delle parole senza mai cadere in facili metafore o pensieri già letti, uditi. Nonostante si arrivi con una certa lentezza al plot centrale è doveroso scrivere che Mascheroni risulta indiscutibilmente piacevole con i suoi capitoli fatti di attendibili descrizioni ricche di ritratti umani. Impronte di Pioggia è un romanzo che ha dalla sua la qualità della credibilità.
 
Come in un film work in progress la fragilità di Elèna prende forma e il coraggio di Pioggia trova spazio. Tanto più Elèna diventa piccola tanto più Pioggia smette di essere un bambino. I dialoghi assolutamente perfetti sottolineano l'abile lavoro narrativo dell'autore. Il lettore in equilibrio tra lo stile e le emozioni contrastanti troverà senz'altro una distinguibile armonia romanzesca. Mascheroni con questo suo esordio non solo dimostra le sue doti scrittorie ma anche una accentuata sensibilità nei riguardi dei temi pedagogici. Compone situazioni drammatiche navigando tra gli occhi spalancati di un bimbo a nove anni e i pugni stretti di sua madre fragile e forte come in un perfetto ossimoro femminile. Meritevole nota va anche alle citazioni musicali che abbelliscono il romanzo con le diverse atmosfere che esse evocano: ora il rock maledetto di Elèna ora la nenia dell'immaginifico mondo di Pioggia.
 
 1) Il libro parla dell’infanzia di un bimbo che va piano piano perdendosi, un’infanzia descritta da te minuziosamente. Leggendoti si ha come la visione di te che osservi e riporti pari pari quello che vedi, come se ci stessi raccontando di una storia che scorre davanti ai tuoi occhi. Da dove è arrivata l’ispirazione per descrizioni così attente, precise?

Sin da bambino avevo l’abitudine di tenere un diario. Ogni sera descrivevo al mio diario, come se fosse un amico che mi ascoltasse, cosa mi era accaduto durante la giornata e soprattutto che cosa avevo provato: sensazioni di gioia, rabbia, dolore, confusione. Un giorno, dopo Natale – avevo dieci anni – scrissi che avevo pianto perché ero cresciuto e non ero più un bambino. Una pagina che ho riletto poco prima di iniziare la stesura del libro. Quando ho scritto Impronte di Pioggia l’urgenza maggiore per esprimere il personaggio di Pioggia era quello di tornare bambino io stesso, di percepire quell’universo di emozioni e sensazioni che mi esplodevano nel petto. L’infanzia non è una tappa della vita, ma è un mondo a se stante che poi implode e forma una galassia. I bambini, più degli adulti, hanno la capacità di estrapolare la realtà dall’immaginazione, la fantasia dall’oggettività del quotidiano. Due vite parallele da gestire, comprendere, plasmare, cercando di trovare un equilibrio psicologico e affettivo nella società dei bambini e in quella degli adulti. L' infanzia è forse la parte della vita più complessa, decisiva, sfaccettata. Per questo è stato necessario per me che Pioggia rappresentasse tutti questi aspetti e che non fosse invece sfumato da semplici caratterizzazioni e stereotipi. Un’attenzione dolorosa, perché riscoprirsi bambini da adulti fa male: si riscoprono l’innocenza, la trasparenza, i sogni, tutte le stelle che spesso precipitano, come comete, durante la nostra trasformazione in galassie.

 2) Stilisticamente la prima cosa che si nota di “Impronte di Pioggia” è il tempo
presente, è stata più una scelta o una esigenza?


Scegliere il tempo presente è stato per me uno dei passaggi fondamentali per scrivere il romanzo. Una scelta difficile, perché implica che il lettore si metta in contatto con me  ora, adesso, che stringa con me e con i personaggi del libro un patto di fiducia istantanea. A me era successo con la lettura de “L’amante” di Margherite Duras.  Per la prima volta ero nella stessa stanza della protagonista e con lei rimiravo il suo volto. Un impatto violento, fortissimo. Ma questa è la potenza della letteratura. Il presente è un tempo che ti ferisce, ti entusiasma, ti scava, ti cerca quando ti perdi. Non c’è alcun meccanismo di affabulazione. Ciò che il lettore sta leggendo sta accadendo. Sta a lui fidarsi oppure abbandonare. E’ un grande rischio, lo ammetto. Ma stilisticamente è il tempo che ha permesso ai miei personaggi di vivere, e perché no, idealmente, di vivere ancora.

3) Tratti due temi molto difficili nel romanzo, il primo è quello della fragilità psicologica di una donna, il secondo è quello dell’abbandono, quale è stato l’approccio narrativo, hai avuto qualche timore a riguardo?

Ho sempre avuto grandissima stima e ammirazione per scrittori come Singer, Mishima, Saramago, Morante, Steinbeck che riescono a scrivere di temi importanti, sociali, civili, psicologici, senza descriverli. Temi come l’abbandono, la maternità, il rapporto di forza e fragilità di una donna o di un bambino sono spesso oggetto di dibattiti, discussioni, di articoli e di trasmissioni che con facilità li etichettano, li impacchettano e li schedano in maniera tale che ognuno di noi si senta più tranquillo. Come se, per fare un esempio pratico, tutti avessimo un’enciclopedia dell’anima e potessimo, ad ogni turbamento, ogni dolore, ogni circostanza emotiva attribuire un nome preciso, una soluzione veloce e pratica e una sua risoluzione. Gli scrittori hanno un compito importante, invece, ed è quello di condividere la loro visione del mondo e della vita con i lettori, di donare loro il potere di evincere e capire cosa accade fuori e dentro di noi senza accomunare e ammassare sentimenti e sensazioni come fossero prodotti da supermercato. Il mio timore perciò è stato molto grande, soprattutto nel trattare un tema come l’abbandono, che non è né una conseguenza, né una scelta, né uno stato psicologico. L’abbandono, come altri aspetti della vita di una donna o di un uomo, è già insito in noi e nella nostra stessa esistenza. Ogni giorno è fatto di piccoli e grandi abbandoni, e spesso l’abbandono più doloroso e devastante è quello che facciamo noi nei nostri confronti, quando ci lasciamo andare e abbandoniamo per strada speranze, sogni, ricordi, rapporti, legami. Per questo Elèna è un personaggio complesso. Lei viene abbandonata dal compagno, ma prima di tutto lei abbandona tutto quello in cui crede, in cui spera, tutto ciò che ama, a cominciare da se stessa.

4) “Impronte di Pioggia” potrebbe essere un’ottima sceneggiatura, lo scorrere degli eventi, la descrizione dei personaggi sono molto “cinematografici”. La sequenza dei fatti si evolve con un crescendo di emozioni muovendosi come una curva che parte dal basso arriva in alto e poi discende verso la conclusione della storia. Se dovessi scegliere un regista a cui affidarla, chi indicheresti? Perché?

 Questa domanda tocca profondamente le mie corde, perché amo il cinema, vado
continuamente al cinema e poi proprio in questi mesi sto scrivendo un programma dedicato al cinema. Non ti nascondo che il personaggio di Elèna, per espressività e fisicità, ha già un suo alter ego cinematografico. Fantasticando mi piacerebbe che il personaggio fosse interpretato da una delle mie attrici preferite, Jennifer Connelly, premio Oscar di “A beautiful mind”. Bellissima, sensibile, dannatamente dark, come nei film Requiem per un sogno e La casa di sabbia e nebbia, pellicole dove interpreta donne fragili, complesse, allo stesso tempo forti, emozionali. Non a caso nel mio libro lei viene citata in una frase, la tentazione è stata troppo forte. Per quanto riguarda la regia sarebbe fantastico poter fare il nome di cineasti come Robert Altman, che ha sempre dato spessore a personaggi primari e secondari, così come ha sempre scavato nell’animo delle persone. America Oggi per esempio è un capolavoro narrativo. Così come il Mike Figgis di Via da Las Vegas o Mike Nichols di Closer. Mi piacciono i registi capaci di dare voce all'’anima, che fanno vivere le espressioni del viso e del corpo senza effetti speciali o montaggi serrati. Ho amato molto l’intimità che ha saputo regalare Woody Allen alla passione devastante in Match Point e l’oceano emozionale di Ang Lee nei suoi film Tempesta di ghiaccio e i Segreti di Brokeback Mountain. E se fosse un regista europeo sceglierei un francese: o Claude Sautet, che ha diretto il capolavoro di fragilità femminile Un cuore in inverno con Emmanuelle Beart o Jacques Audiard di Tutti i battiti del mio cuore.

5) E la scena iniziale del film, quale sarebbe?

Un campo lungo. Si vedrebbe Pioggia di schiena e da lontano Elèna aggrappata alla maniglia e piano piano la camera si avvicinerebbe a quella mano, sfiorerebbe la guancia di Pioggia, andrebbe a sostenere Elèna che scivola. Il dettaglio della mano che abbandona la maniglia. Il sottofondo, il rumore scrosciante della pioggia. E poi un intenso primo piano di Pioggia. I dettagli del dragone del vestito di Elèna, i dettagli delle fauci. Le scarpe del padre che picchiettano sulle scale. E Pioggia che alla fine del piano sequenza incomincia a correre, una soggettiva, attraverso la casa, con i rumori della giungla, le sue ombre, i suoi oggetti animati. Forse sceglierei una voce narrante, ma a volte i silenzi nei film sono musica allo stato puro.

6) Elèna, la madre di Pioggia a un certo punto si arrende, scivola su se stessa. Perché?

Elèna è una donna che cerca di afferrare le situazioni, di appropriarsi della sua indipendenza, della vita di suo figlio, della sua stessa stabilità. E’ una donna che
figurativamente si aggrappa alle cose, le strappa, le tiene strette nel pugno per paura di cedere. Ma ha paura di guardarsi profondamente, di accettare le sue debolezze, i suoi sbagli e quando è troppo tardi è come se non riuscisse più ad afferrare nulla e allora scivola, si lascia cadere con le dita spalancate, cade su se stessa perché alla fine è una donna che pensa di bastare a sé e a suo figlio. Il personaggio di Elèna è forse quello che maggiormente mi ha spinto ad essere responsabile nei confronti della scrittura. E’ una donna che si trasforma durante il racconto e che non trova un suo equilibrio rendendo sottile il confine fra amore e ossessione nei confronti di Pioggia. Ogni sua minima trasformazione è fondamentale per completare il ritratto di una donna capace di rappresentare la storia vera, reale, di tante altre donne. Mi auguro di essere stato rispettoso e cosciente.

7) Disegni per tutto il libro immagini bellissime che raccontano di una amicizia, quella vera, quelle che aiuta a crescere. Martino e Pioggia, se dovessi riassumerli ai nostri lettori, cosa diresti?

Li concentrerei nella frase che mi disse a nove anni Omar, il vero Martino della mia
infanzia. Stavamo giocando ai robot quando lui, serio mi disse che avrebbe dato la vita per difendere la nostra amicizia. Sono passate due decadi e lui mi ha detto esattamente la stessa cosa alla presentazione del libro. Sono stato benedetto in questo senso dal valore dell’amicizia. Ho una splendida compagnia di amici con cui sono cresciuto e amici d’infanzia come Omar che non ho perso nonostante strade diverse. In Martino e Pioggia ho infuso questo legame straordinario sancito dalla condivisione della fantasia e della realtà. In questo senso le pagine che raccontano la loro amicizia sono quelle più vicine al mio vissuto.

8) E poi Rudi e Roby...

...che esistono davvero, lo posso giurare. Roby e Rudi infatti sono due personaggi di fantasia protagonisti di decine di quaderni sui quali disegnavo le loro storie a fumetti. Perché da piccolo volevo fare anche il veterinario e il disegnatore di fumetti. Perciò avevo creato, nel Natale del 1982, un gatto e un canarino che vivevano in una città di animali parlanti. Hanno popolato migliaia di pagine di fumetti che ho disegnato per circa otto anni. Purtroppo non disegno più fumetti da tanto, ma capita ancora di disegnare proprio loro, in cartoline di auguri o sulla mia agenda di lavoro. Quando ho pensato agli amici immaginari di Pioggia loro sono stati i primi a venirmi in mente. Da piccolo mi facevano compagnia e amavo inventare le loro storie, le loro avventure. Mi piacerebbe un giorno scrivere un libro per i bambini con le loro peripezie.

9) Oltre ad essere uno scrittore sei anche un autore televisivo. Scrittura e televisione. Non si può certo negare che oggi la tv sia l’antitesi della cultura, sono veramente pochi gli spazi in cui non si vede un reality, un varietà scosciato o l’ennesima lite amorosa-familiare trita e ritrita. Come vivi questa contrapposizione professionale?

 Domanda cruciale. Sono diventato autore televisivo per caso, vincendo un concorso nazionale e mi sono trovato in un mondo gigantesco, pieno di ingranaggi, un po’ come i Tempi Moderni di Chaplin. La televisione, specie quella generalista, commerciale, è uno strumento di potere prima che uno di intrattenimento e d’informazione. Questo fa sì che i programmi trasmessi siano spesso dei prodotti commestibili, come se, per intenderci, la tv fosse un immenso fast food per tutti. Questo è da una parte la proposta che la tv stessa offre al pubblico, concentrandosi sugli ascolti, sul fatto che una litigata fra vip o un amore sbocciato fra troppo belli e troppo belle sia, nolenti o volenti, ciò che alla fine la gente guarda maggiormente rispetto ad un programma di cultura. Dall'’altra la gente, per quanto voglia la qualità in tv, spesso, quando raramente si presenta, non la premia e cambia canale. E’ un po’ come un gatto che si morde la coda. Ma sono anche convinto che vi debba essere una controproposta forte, programmi capaci di far riflettere, di approfondire, che in un certo senso, la responsabilità maggiore alla fine l’abbia proprio la televisione. Ho lavorato per anni ad un programma sulla storia e uno sugli animali e potevano contare su un pubblico assiduo e grato. C’è quindi terreno per tentare di creare programmi intelligenti, formativi, coinvolgenti. Il fatto è questo: la tv deve offrire entrambe le cose, intrattenimento e riflessione, ma dovrebbe farlo in modo equilibrato. Non do un giudizio di valore perché spesso preferisco una puntata del Grande Fratello ad un talk show dove vengono affiancati soubrettes, comici e politici per parlare magari del delitto di Cogne. Il trash in tv è per così dire dichiarato, detesto molto di più le manovre di lavaggio di cervello, i messaggi subliminali. Gli stessi telegiornali a volte riescono a virare completamente la verità o a mostrare un solo punto di vista a tal punto da condizionare la gente. Anche questo è uno strumento di potere e incide quanto il trash di certi programmi di intrattenimento. Io ho avuto la fortuna di fare diverse esperienze, e negli ultimi tempi il mio lavoro mi ha portato a conoscere persone che lavorano per Greenpeace, la LAV, WWF, associazioni umanitarie, oltre che lavorare con i bambini. Ecco, diciamo che sono molto gratificato dal mio lavoro quando posso collaborare a programmi per i bambini, come Ziggie o recentemente Ciak Junior. A loro va dedicato molto spazio. Sento la mancanza di programmi come Bim Bum Bam o il Muppet Show.

10) Entriamo in casa tua e sbirciamo nella tua libreria, cosa troviamo?

 Trovate casa mia. Nel senso che in casa ci sono libri ovunque, specie quelli in tedesco di mia madre, che era austriaca ed ha portato in Italia i libri della sua infanzia e della sua adolescenza, come le edizioni originali di Heidi, Pippi Calzelunghe, i libri di Erich Kastner, gioielli della letteratura per bambini. Io stesso ho una varietà incredibili di titoli per ragazzi: non mancano Jules Verne, Kenneth Grahame, Mark Twain, Lewis Carroll, Michael Ende, Salgari, De Amicis (del quale possiedo un libro introvabile, La carrozza di tutti, edizione del 1899) e tantissimi altri. E poi si passa a scrittori ebraici (Bellow, Singer, Kishon), giapponesi (Mishima, Murakami), i grandi autori americani (Hemingway, Steinbeck, Cronin), molti titoli contemporanei, anche italiani (che hanno incominciato a popolare nella libreria solo negli ultimissimi anni). Adoro anche i graphic novel come Maus di Spiegelman, Persepolis della Satrapi o l’eccezionale Blankets di Thompson. Colleziono da anni i fumetti dei Peanats e di Mafalda, oltre a un migliaio di riviste di cinema, che tappezzano tutta la casa. In media compro due/ tre libri a settimana. Non ne posso fare a meno, anche se ora potrei fermarmi perché ne ho un centinaio in arretrato da leggere se non di più. Recentemente ho comprato un’' edizione degli anni sessanta di Bambi di Felix Salten in una vecchia libreria, commovente. Un' ’ultima nota: ogni stanza della casa (non che ne abbia molte, intendiamoci) ha un suo libro. A me piace leggere ovunque perciò scelgo un libro per ogni luogo. In questi giorni in camera ho il diario di Virginia Woolf e Horcynus Orca di D'’Arrigo che sto finendo, in salotto Cronaca di una morte annunciata di Marquez e i fumetti dello zio Tibia oltre ad un’edizione in tedesco del Buio oltre la siepe di Harper Lee (libro che venero). In cucina il graphic novel di V for Vendetta e le poesie di Simon Armitage. E in bagno due numeri di Interview e Le armate della notte di Norman Mailer. A volte ne tengo uno in macchina, ma sono un pessimo guidatore, perciò meglio evitare.

Grazie per avermi ascoltato e buona lettura a tutti.
 

   
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