
Abbiamo Intervistato
Felice Muolo autore di
Complanare Putta, romanzo essenziale e veloce. Complanare Putta si avvale di una narrazione volutamente scarna e incalzante, che condensa in un lasso di tempo di poche ore tutto un groviglio inestricabile di situazioni drammatiche che spaziano dai sentimenti, al contrabbando, all’omicidio, al tradimento, toccando delicatamente la tematica dell’adozione, estremamente cara a Felice Muolo. La complanare Putta, strada maledetta, diventa il testimone silenzioso di tragici eventi connessi all’illegalità; è un personaggio onnipresente, che assiste impassibile ai fatti, che chiama a sé la violenza e, complice, la occulta. Grazie all’uso serrato del dialogo e a un’abile giustapposizione dei vari piani temporali, Felice Muolo veste il suo romanzo di un’icasticità nitida e perentoria, rendendo ogni capitolo una scena a sé stante, un flash, la tessera di un puzzle reso incompleto dal subdolo potere dell’omertà.
Complanare Putta racconta una realtà di una Italia piuttosto tangibile, fatta di compromessi e corruzione… e poi, cos’altro ancora? In primo piano predomina la follia, più o meno simulata ma non tanto, che corrode la maggior parte delle menti delle persone che ci vivono accanto, non escluso noi stessi, e li fa agire come matti in libertà. Basta guardarsi intorno o onestamente dentro se stessi per accorgersene. Ma, per fortuna, c’è anche la gente per bene, con i piedi per terra, che crede nei valori sani, anche se spesso viene disillusa ma non molla perché convinta che non c’è altra strada da percorrere se si vuole migliorare l’attuale convivenza civile.
La quarta di copertina recita “romanzo essenziale e veloce”, eppure non si può fare a meno di notare l’abilità con cui lei è riuscito a fermare il tempo condensando in esso una storia fitta d’eventi. Lascia muovere i personaggi su diversi piani temporali portando il lettore a tessere la tela della storia filo dopo filo. Cosa non le deve mancare quando inizia a scrivere, l’idea di stile, il plot centrale, i personaggi? Cosa? Solo la forte pressione che spinge la mia voglia di scrivere. Quando scrivo la prima frase di un romanzo, ignoro quale sarà la seguente. Ma se questa arriva immediatamente, subito dopo si presentano tutte le altre. Quando non arriva più niente, smetto di scrivere, non importa a che punto sono. In genere, smetto prima perché mi stanco facilmente. In altre parole, sono un centometrista, non un maratoneta. Ma con cento metri al giorno compiuti con costanza macìno più chilometri di un maratoneta che corre di tanto in tanto.
Sono sempre più gli autori che prendono le distanza dalla definizione di scrittori di libri gialli o libri noir, quasi come se quell’etichetta precluda la possibilità di cimentarsi in altri generi o anche perché quel genere letterario restringe a priori il bacino dei lettori. Complanare Putta è un libro giallo, noir? In molti l’hanno definito così. Qualcuno che l’ha recensito l’ha definito anche e semplicemente: romanzo drammatico. Per me qualsiasi etichetta o genere va ugualmente bene, non sono permaloso. Ormai si vocifera (uso questo vocabolo solo perché mi piace) che un buon romanzo è tale solo se scritto bene, a prescindere da tutto il resto. Sono d’accordo. Quello che a me interessa principalmente è che i lettori non si addormentino mentre mi leggono. Sono convinto che uno dei motivi per cui la gente legge poco è perché la maggior parte dei romanzi che si pubblicano è soporifera. Un altro è che non si ha mai tempo. Ma se il romanzo non è soporifero, se il romanzo ti prende, immancabilmente il tempo salta fuori.
Complanare Putta è la prima parte di una trilogia, può anticiparci qualcosa su quello che verrà? Ritroveremo gli stessi personaggi? Come ho già detto, quando comincio a scrivere, non so dove vado a parare. Quando ho iniziato questo romanzo, non sapevo se sarei riuscito a finirlo. Appena l’ho terminato, mi sono accorto di aver creato una grande quantità di personaggi. Mi è sembrato uno spreco averli fatti agire in un libro di non molte pagine: potevano dare di più, come dice la canzone. Così li ho ripresi è ho scritto subito un secondo romanzo. Quando l’ho terminato, mi sono accorto di aver creato nuovi personaggi che assieme ai vecchi avevo fatto agire in un libro di non molte pagine e mi sembrava uno spreco ecc. ecc. Per farla breve, ho scritto il terzo romanzo di quella che ora chiamo una trilogia ma che, sempre per le medesime ragioni esposte, certamente diventerà quadrilogia, se la passione e voglia di scrivere mi accompagneranno e qualche editore continuerà a stamparmi. Forse la cosa andrà avanti chi sa per quanto. (Qualcuno a questo punto potrà dirmi che potevo risolvere definitivamente la questione scrivendo un unico grosso romanzo. La risposta l’ho già data: non sono un maratoneta.)
Ci sono tratti biografici in questo libro? Glielo domando perché l’Agave Hotel, uno dei principali teatri di scena di questo romanzo, mi ha fatto subito pensare ai suoi vent’anni alla direzione di un albergo La biografia di uno scrittore, volente o nolente, direttamente o indirettamente, consapevolmente o meno, entra sempre nelle storie che racconta. Naturalmente con la sola biografia non si può scrivere che una biografia, che non starebbe in piedi come romanzo, sarebbe un totale fallimento. Per scrivere un romanzo bisogna sempre stravolgere la propria biografia, in toto o in parte, farla a pezzi e condirla con molte ‘spezie’ che la propria creatività mette a disposizione nel preciso momento in cui si compie il misfatto.
C’è chi dice che chi si occupa di giornalismo non può riuscire a scrivere anche in maniera narrativa. Lei è anche giornalista pubblicista. Meglio la scrittura giornalistica o quella narrativa? C’è del buono e del non buono in entrambe. Nel mio romanzo c’è una battuta che affronta questo argomento e lo risolve come la vedo io. Posso aggiungere che si possono esercitare le due attività o possibilità fino a un certo punto. Non per nulla Hemingway abbandonò il giornalismo per riuscire a scrivere dell’ottima narrativa. Io ho fatto lo stesso, anche se non pretendo di aver conseguito i medesimi risultati. Voglio dire qualcos’altro. Come Bukowsky, e tanti altri scrittori in possesso di una vocazione dirompente, ho rinunciato anche a lavorare per tentare di scrivere decentemente. Quanti sono disposti a fare queste scelte? In genere, chi scrive si assicura prima ha un posto di lavoro, fisso o precario che sia. Non voglio dire che commette una sciocchezza. Ma certamente la sua mente, dopo aver svolto un giorno di lavoro, quando scrive non è al meglio delle sue possibilità. Si può scrivere nei giorni festivi ma la mia opinione è che non ne valga la pena.
Mi dice una cosa che apprezza e una che non le va giù dell’attuale situazione editoriale in Italia? L’attuale situazione editoriale in Italia è come quella del passato: immobile e limacciosa. Per non approfondire vanamente il discorso, dirò che apprezzo molto il lavoro pregevole che fanno i siti letterari a favore degli scrittori sconosciuti e non e a beneficio degli editori che se ne servono a piene mani. Ci sono giovani preparati pieni di entusiasmo in questi siti, sono loro che
attualmente mantengono vivo il discorso sulla letteratura, credo più di quanto avvenga nelle case editrici, la cui forse unica e legittima aspirazione è quella di ricavare soldi dall’attività che svolgono.
Ci parla del CIAI, l’associazione benefica a cui sono stati devoluti parte dei proventi del suo libro? E’ il primo Ente non a scopo di lucro che in Italia si è occupato seriamente e professionalmente, e si occupa tutt’ora, di adozioni internazionali. E’ impegnato anche nella cooperazione internazionale ed effettua altresì adozioni a distanza. Gli sono grato perché mi ha dato la possibilità di dare una famiglia a una bambina indiana che non l’aveva. Che oggi ha un futuro sereno davanti a se: frequenta l’Università con profitto, si è fidanzata e spera di sposarsi presto. Naturalmente, chi ci ha guadagnato di più siamo io e mia moglie, ricevendo in cambio l’affetto che non ha prezzo di una figlia che non avevamo.