«Arcaicamente nuova» – così l’ha definita Marianne Moore, di cui è ritenuta degna erede –, Elizabeth Bishop è ormai entrata di diritto nel novero dei massimi poeti americani del Novecento, ma non ha perso nulla del suo fascino elusivo. Eterna sfrattata dai Paesi come dagli affetti, ha condotto una vita appartata, itinerante, dalla Nuova Scozia a New York, da Parigi a Key West fino al Brasile. E da questa inappartenenza costitutiva nasce la sua poesia «di immensa discrezione e di immensità discreta» – secondo le ispirate parole di Seamus Heaney –, dove grazie a «una concentrazione perfettamente inutile, dimentica di sé» e a un modo assorto, metodicamente obliquo di ottenere il giusto grado di rifrazione, si accendono visioni capaci di cogliere scorci inediti di quella sostanza surreale che intride la vita quotidiana. In calce a ogni sua poesia c’è una scritta invisibile: «Io l’ho visto». «Musa infallibile», Elizabeth Bishop sa rendere perfetto il casuale: il suo mondo, composto di parole familiari, domestiche, spoglie, illuminanti, crea un gioco di iridescenze, un prisma di lacrime, di squame, di chiazze di benzina, mirabile miracolo che si schiude dalla finestra della pagina – una delle tante «gabbie per l’infinità» scoperte da uno di quei rari poeti che «hanno scelto da soli la propria gabbia».
La poetica di Enrico Pietrangeli è costruita su un’idea antica ed epica di eroismo dove l’autenticità è fissata dalla sequenzialità degli eventi scaturiti dalla macrostoria. Il percorso a ritroso è scandito da fatti bellici, dalle grandi guerre all’11 settembre, ma è anche un tributo a maestri di poesia del passato, da Baudelaire a Rumi fino ad Ungaretti al quale è dedicata, oltre che una poesia, la chiusa della silloge: “M’illumino di provvisorio”.
Ad Istanbul, tra pubbliche intimità rivela, già nel sottile calembour del titolo, la disinvolta ‘pruderie’ che cerca sinergie tra ciò che eticamente inibisce lo sguardo di sé e ciò che umanamente spinge un ‘io’ svestito e indifeso a guardare il mondo al di là di se stesso e a creare equilibri, a volte persino sinistri o indecenti, con i potenti fermenti della realtà: “permango nel terrore che altri/possano guardarmi dentro:/nudo, impaurito, bambino./Sono un sassolino sul selciato,/scalciato, altrove abbandonato”. (dalla Prefazione di Simonetta Ruggeri)
Un tema ricorrente, nella poetica di Eguren, è quello della fanciulla. I tratti di un evento traumatico si percepiscono nel morso di un rettile che porterà via, ineluttabile, la vita di una bimba in “Antigua”. “La muerta de marfil” non è altro, probabilmente, che l’indelebile ricordo di quel feretro. Resterà una felicità disillusa, recisa, minata da funesti presagi e che segnerà per sempre la personalità dell’artista; la nostalgia di un passato nel fascino esercitato da quello stesso ignoto rilevato, talora espletato in un erotismo velato e crepuscolare, prossimo al decadentismo. Il suo, in ogni caso, sarà un mondo “preservato”, fantastico e fanciullesco, pregno d’ignote presenze e celato dietro incantati segreti, popolato di personaggi medioevali ed entità mitologiche, di fantasmi e di fate, a rimarcare l’integrità di un’immaginazione che in lui non verrà mai meno: quella dell’infanzia. Eguren aveva una vorace, naturale predisposizione ad assorbire quanto lo circondava: paesaggio, musica, illustrazioni e libri. Era quanto mai un vigile osservatore, poneva attenzione tanto ad ogni luccichio del paesaggio notturno quanto alla vita quotidiana.
di Ilaria Dazzi Le parole accompagnano i mesi come giovani danzatori conducono le proprie ballerine al centro della sala affinchè ognuno dei presenti possa scorgerne grazia, bellezza, sensualità: poesia e tempo fusi nella reciproca indefinibilità, stagioni segnate da immagini che il verso talora lascia riaffiorare e, tal’altra, plasma per evocare nuove e arcane sensazioni. Questo è, in sintesi, Il Segreto delle Fragole, a cura di Stefani Crema e Salvatore Contessini, pubblicato dalla casa editrice LietoColle, da sempre profondamente attenta alla sperimentazione poetica, alle nuove frontiere della versificazione e, di conseguenza, abitualmente alla ricerca di nuovi talenti. l diario-antologia in questione è infatti l’espressione della partecipazione di una schiera di ‘debuttanti’ nel mondo della poesia, accompagnata da alcune autorevolissime voci certamente note ai frequentatori del mondo poetico ma anche ai lettori occasionali.
L’arte ha conosciuto l’uomo fin dai primordi eppure il suo destinatario spesso non l’ha riconosciuta. Vi sono profondità troppo recondite per poter essere scandagliate, luoghi che appartengono ad anime turbate ed immense. Luoghi luridi e grandiosi insieme che sono come folgore sulle placide acque della poesia accademica. Baudelaire possedeva un’anima di tal guisa, e con essa ha potuto tracciare una linea di confine che è vero spartiacque tra il prima ed il dopo. “Les fleurs du mal” raccoglie la sua attività poetica, un libro “atroce” come lo definì egli stesso che bandisce la realtà e la morale lasciando gli occhi a contemplare l’arte senza filtri. La domanda era allora come oggi: siete pronti a perdere le vostre sicure certezze? Scandalo, raccapriccio, anatemi e minacce seguirono questo capolavoro tormentato; Baudelaire si era risolto ad uccidere il mostro del perbenismo e dal suo sangue grondante avevano tratto la genesi i fiori del male.
Leopardi poeta ironico, scherzoso, dotato di una sorprendente vena caricaturale e sarcastica. Sì è proprio lui, il famoso Giacomo di Recanati passato alla storia per il suo pessimismo cosmico e la sua verve malinconica. Eppure l'autore dello Zibaldone e della Ginestra è stato capace anche di versi scherzosi e lievi. «Se dopo tante prediche che far non sapete, nel cacator buttatelo, o dove mai volete» scrive per esempio in una delle due poesie giovanili di Leopardi (1798-1837) che andranno all'asta a Roma da Christie's il 15 giugno. I due componimenti, tornati alla luce di recente, sono stati scritti dal poeta quando aveva 12 anni e sono gli unici manoscritti autografi (uno è anche firmato).
Pochi tra i poeti delle nuove generazioni sanno esprimere al pari di Tiziana Fumagalli il rapporto tra la parola e il cielo. In Astronomi, catena di poemetti dedicati a una serie di antichi studiosi arabi delle stelle e dei fenomeni celesti, l'autrice mostra che una verità nomade (una ricerca condotta “in campo”, a tu per tu con l’anima della notte, nella vertigine di un confronto diretto con gli astri in eterno transito) può essere più alta e decisiva di ogni filosofia ideale o astratta. Misurarsi con le stelle significa poter “liquefare il silenzio” in noi o la nostra paura di precipitare nel nulla. “Il cosmo è come un cristallo, / liquido e vivo, / incomprensibile e trasparente”. La luce che sgorga da questo cristallo è più oscura della notte più buia.
Poesie per grandi incanti e piccoli lettori a cura di Roberto Mussapi
Molti sanno che L'isola del tesoro nacque in un cottage sulle Highlands scozzesi, dove il giovane Stevenson, nelle lunghe serate di nebbia davanti al camino, interrogava il padre sulle leggende di mare e di pirati, coltivando dentro di sé i suoni e le immagini di un'età favolosa da poco tramontata. "Quei suoni e quelle immagini," ci racconta Roberto Mussapi, nel vero e proprio racconto che introduce le poesie da lui tradotte, "si erano sedimentati nell'infanzia, quando Stevenson, malaticcio, spesso solo, incline all'osservazione, s'incantava nel gioco delle ombre di un divano, nel riflesso di luna in una tinozza in giardino, nella salmodiante cantilena della nutrice Cummy, Alison Cunningham, la cui voce lo iniziò ai misteri del ritmo e alla magia della metrica.
A duecento anni dalla morte, una raccolta che evidenzia lo stretto rapporto tra fare poetico e riflessione filosofica in Schiller: un modello alternativo alla concezione soggettivistico-esperienziale della lirica in epoca moderna.