a cura di Enrico Pietrangeli Titivillus, diavoletto dello spettacolo, si manifesta rendendo fruibili idee integre dalla censura di “monaci medioevali” ed accoglie questo saggio di Petrini nella sua collana Altre visioni, dove prendono forma ulteriori spunti per la didattica del settore. Teatro totale è sintesi e strumento di ricerca, momento d’intersezione delle arti e, al contempo, uno scorcio rinascimentale, prospettiva verso il più antico e connaturato varco predisposto a sincretismi e sinestesie, una pluralità del linguaggio che non può rinnegare le origini, per ricalcare più direttamente il pensiero dell’autore. Quella del teatro totale è, in ogni caso, un’esperienza che vede coinvolto Petrini in un lungo percorso, di cui compare a tergo del libro quella relativa al primo convegno internazionale svoltosi a Roma nello scorso 2001. Attore, regista, drammaturgo, critico e redattore della rivista INscena, l’autore, in questo libro, si avvale dell’introduzione di Giancarlo Sammartano, empatica e gradevolmente romantica nel rivendicare attraverso la scena “un volontario destino”; forse un po’ più riduttiva nel rilevare le vesti di un “apprendista proletario che si fa maestro aristocratico”, un interessante spunto di dibattito s’intravede comunque nella chiusa: “salutare con-fusione di Teatro e Vita”. Petrini guarda alla ricerca senza mai perdere di vista la tradizione, fintanto da ravvisare “una necessità sociale” nella “pluralità del teatro”.
Ieri con una notizia ANSA è stato comunicato che esce in libreria 'Beat Generation', l'opera teatrale inedita di Jack Kerouac scoperta nel 2005 in un magazzino del New Jersey. Il testo scritto nel 1957 - stesso anno del capolavoro dell'autore, On The Road - e' stato ritrovato per caso dall'agente di Kerouac, Sterling Lord, frugando tra vecchie carte abbandonate. 'Una caramella trovata sotto i cuscini di un divano', ha detto l'agente. L'opera racconta una giornata a Bowery, piena di alcool e droghe varie, di un gruppo di operai.
Opera per la lettura e per il teatro, si compone di una pluralità di monologhi o dialoghi di struggente intensità drammatica, ma anche ricchi di un’imprevedibile ilarità. Rita è una “non-nata al mondo”. Non ha compiuto i passaggi opportuni della coscienza nelle differenti fasi della crescita. Il suo universo psicologico vive d’un costante disequilibrio sull’orlo dell’abisso, mentre il suo quotidiano è immerso in una piatta mediocrità senza speranza: in esso fenditure sublimi e guizzi improvvisi di fenomenale estro fanno trapelare segnali per una differente libertà dell’umano esistere e pensare. Lungo gli incontri con se stessa e con Giuseppe - il suo io-altro, l’amico e il maestro, l’autore dell’opera? - trova un’iniziale via per un mondo possibile valido per lei e per chi la voglia seguire con il giusto affetto.
Innanzitutto, l’idea iniziale, sostiene l’Autore, perché, una volta che si avrà chiara questa, si sarà in grado di scrivere con maggiore facilità. E allora, ecco una messe di consigli su soggetti e temi, da quelli realistici a quelli più evanescenti e trasognati. Ma non solo. Le pagine scorrevoli e istruttive di questo manuale scortano i lettori attraverso tutti i momenti successivi all’ideazione: come scrivere i dialoghi? Quante scene, e ambientate come? Quale rapporto deve esistere tra i vari personaggi? Come si crea la suspense? Come si fa ad evitare che un dialogo d’amore suoni ridicolo? Come va rivisto il testo, e come si fa sviluppare l’occhio critico necessario per apportare tagli e modifiche? Tante domande alle quali Gooch dà risposte pratiche e puntuali, con esempi, schemi tipo e suggerimenti tratti dalla sua pluriennale esperienza sul campo.
ll drammaturgo, romanziere e poeta norvegese Jon Fosse (1959) è lo scrittore più emblematico della scena teatrale contemporanea, autore di opere di struttura frugale che danno voce, con lucida analisi, al disagio che scaturisce dalle barriere comunicative poste tra gli uomini e le donne della nostra epoca, tra figure d’età diverse, tra persone disunite da vincoli famigliari, tra soggetti vivi e ombre. Nei suoi testi, nati per la scena dal 1994 in poi, storie spietate, rapporti poco lusinghieri e tragedie imperscrutabili restituiscono il silenzio appena parlato e i dialoghi sempre laconici di individui che, riducendo al minimo il linguaggio sociale, domestico e affettuoso, finiscono col toccare il nervo più scoperto, la piaga più diffusa dei nostri giorni: l’indifferenza.
Quattro solchi nella carne, quattro pezzi di vita che pulsano tra le righe di questi testi. C’è un aprirsi di mondi infiniti nelle pause fra una storia e l’altra. Mondi da fare intuire più che spiegare. Questi testi andrebbero letti ad occhi chiusi. Giovanna d’Arco intreccia la sua santità alla nostra realtà di guerra e resurrezione. Dreamtime è un sogno tirato via dal respiro denso della notte dove le passioni non hanno bisogno della certezza del giorno, si abbracciano una all’altra danzando senza forma. notturno branco è una malattia che trasforma la stabilità dei personaggi in un vacillare continuo tra paura e crudeltà che saranno spente soltanto quando la luce potente della vita s’imporrà con il fuoco della speranza a bruciare l’oscura resistenza di tutte le false personalità. Mariacane è il furore degli eventi di cronaca piegato dalla dignità di una ragazzina che alza in volo la sua gioia di vivere strappata dalle mani dello stupro.
Come si sa le avanguardie teatrali del ’900 espulsero il testo drammaturgico dal teatro, considerandolo un pre-testo e ritenendo che l’attore e la sua performance contenessero l’essenza della teatralità, il vero e unico ‘testo’ degno di essere analizzato. Un fenomeno che per certi versi si è ripetuto nel cinema, dopo la Nouvelle Vague, con la teorizzazione della sceneggiatura come pre-testo e con l’enfatizzazione del regista come autore unico. Sono state esperienze salutari per una certa fase storica anche se hanno contribuito a minare il rapporto tra queste forme espressive e il pubblico. Ora però, nel nuovo millennio, sta tornando l’esigenza di ripartire dal testo e dunque di trovare il modo di analizzarlo per individuarne i punti di forza e di debolezza, sfuggendo sia dalle secche dell’impressionismo che da certe rigidità normative o peggio prescrittive.
Una strada segnata dal vociare di giocolieri, prostitute, clown. Un’umanità potente e anarchica, colta nel passaggio dal secondo dopoguerra agli anni del miracolo economico ma come sospesa in un tempo onirico straniante, eppure a noi familiare. Donne e uomini violenti, crudi, talora dolcissimi che già annunciano – e ingenuamente denunciano – l’arrivo ormai imminente dell’omologazione nella condizione esistenziale contemporanea.
Tratto dalla sceneggiatura del film di Federico Fellini, cui collaborò anche Ennio Flaiano, La strada si colloca al crepuscolo del neorealismo e ritrae personaggi-metafora di raro e commovente nitore introspettivo.
Einaudi pubblica una raccolta di testi teatrali che è stata scelta espressamente dall'autore assieme al curatore Alessandra Serra. Sei testi che ripropongono la maestria drammaturgica di Pinter nelle sue piú diverse sfumature. Da Un leggero fastidio, del 1958, in cui ricorre la cecità - come ne La stanza e poi in Tea party - che annienta la personalità, e che crea disagio e desolazione; a Una serata fuori, dell'anno seguente, dove viene descritto un momento della vita di un figlio vittima della madre possessiva e petulante con cui vive; a Voci di famiglia, del 1980, che tratta nuovamente, ma da un'ottica epistolare, della relazione difficile tra madre e figlio; a Una specie di Alaska, del 1982, sulla falsariga del notissimo libro Risvegli di Oliver Sacks, e che racconta della terribile uscita di Deborah da un coma durato trent'anni; a Victoria Station, dello stesso anno, incentrata sul surreale dialogo tra un centralinista e un tassista in giro per la città; e infine Chiaro di luna, del 1993, che segna il ritorno di Pinter al teatro "classico" dopo quasi dieci anni.