di Michele Bisceglia Bologna, un capodanno qualsiasi di questo XXI secolo. Andrea, studente del Dams, vergine a vent’anni, drogato di chat line, tutto tranne che figo. Jules, italo-francese, orfano di madre e abbandonato dal padre, appassionato di poker, abbastanza bello e discretamente dannato. Sembra non abbiano proprio nulla in comune, ma la matrice di fondo è la stessa: esistono meno degli altri, sono due emarginati. Questo è in breve “Buoni propositi per l’anno nuovo”, romanzo d’esordio di Giorgio Fontana, classe 1981, una vita passata tra lavori precari, viaggi all’estero e parole, parole, parole. Frasi su carta, frasi sul monitor del pc, penna prestata a Linus, Nazione Indiana, Eleanore Rigby. E ora un libro edito da Mondadori che, chissà, potrebbe essere un nuovo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” o qualcosa di simile.
Il poeta e l’uomo politico, spirituale e battagliero, clericale ed imperiale, astronomo e filosofo, didascalico, innovativo, raffinato ecc…Difficile trovare una materia che Dante non abbia toccato od un aggettivo che non sia stato usato per descriverlo, questo perché senz’altro si tratta di un uomo perfettamente inserito nel contesto medievale, tipico del periodo era l’interessarsi a qualunque campo dello scibile fin a raggiungere quel carattere enciclopedico che si perderà nel tempo a vantaggio di quel che oggi definiamo “specializzazione”. La sua stessa vita è quindi la continua scoperta di un uomo pieno di contraddizioni che non ebbe vita facile, vittima delle passioni che continuamente attanagliavano il suo percorso sia spirituale che politico. Comprese come pochi altri l’animo umano eppure non riuscì mai a superare sino in fondo il suo carattere partigiano ed estremamente schierato, questo stesso estremismo lo portò a non poter più rivedere la propria terra natia.
Opera per la lettura e per il teatro, si compone di una pluralità di monologhi o dialoghi di struggente intensità drammatica, ma anche ricchi di un’imprevedibile ilarità. Rita è una “non-nata al mondo”. Non ha compiuto i passaggi opportuni della coscienza nelle differenti fasi della crescita. Il suo universo psicologico vive d’un costante disequilibrio sull’orlo dell’abisso, mentre il suo quotidiano è immerso in una piatta mediocrità senza speranza: in esso fenditure sublimi e guizzi improvvisi di fenomenale estro fanno trapelare segnali per una differente libertà dell’umano esistere e pensare. Lungo gli incontri con se stessa e con Giuseppe - il suo io-altro, l’amico e il maestro, l’autore dell’opera? - trova un’iniziale via per un mondo possibile valido per lei e per chi la voglia seguire con il giusto affetto.
di Anna Maria Lauretti La quotidiana vita di un delinquente eroinomane nella California del Sud nei primi anni sessanta. Romanzo breve, uscito postumo negli Stati Uniti nel 2006: l’ultimo lavoro di Bunker, ma anche il primo, appartenendo alla produzione di fine anni sessanta-inizio settanta. Stark, il furfante eroinomane protagonista, si ritaglia, nel mondo delinquenziale in cui vive, un habitat tutto suo, in mezzo ad altri imbroglioni, qualche pesce grosso più abile e ricco e una massa informe di mezze tacche da spennare. Pur dovendosi arrabattare tra crisi di astinenza, bisogni impellenti di denaro e pressioni della polizia che lo ricatta – e a un ritmo forsennato, con una tensione narrativa che non scema un istante – Stark in questo fango ci sguazza con disinvoltura, a volte pare addirittura ci prenda gusto. Il suo ambiente è il «Panama Club», un bar, ma anche un covo di drogati, spacciatori e prostitute: «Stark aggirò l’ubriaco e s’infilò dentro. Luci sfacciate, percussioni urlanti e odore di sigaretta e profumo gli aggredirono i sensi in un colpo solo. Gli piaceva un sacco. Era il suo territorio. Rimase nell’ombra mentre i suoi occhi si abituavano al chiarore», p. 12. Un mondo regolato da un’etica tutta particolare, a cominciare dalla droga: se «la marijuana è roba da pervertiti», come sentenzia Momo, uno spacciatore hawaiano dalla stazza decisamente fuori dalla norma, l’unica sostanza nobile è contrapposta l’eroina, la «medicina di Dio».
Marianna Martino, 22 anni, torinese, una casa editrice di sua proporietà. Idee innovative, grafica accattivante, un blog work in progress costantemente aggiornato da lei e energia da vendere. Di tutto questo si è servita per far nascere e quindi crescere Zandegù, casa editrice nata nel maggio 2005 e che porta alla luce la narrativa surreale che come Marianna spiega sul suo sito www.zandegu.it , "vogliamo storie che abbiano molti elementi ripresi dalle fiabe che ci raccontavano da bambini ma anche storie ridicole e assurde di chi sa esagerare gli aspetti più buffi del nostro vivere quotidiano. Storie scritte in modo originale e innovativo per dare voce al continuo evolversi della lingua italiana." Incuriositi dalla sua storia l'abbiamo contatta e chiesto di rispondere a qualche domanda.